(ri)Appropriarsi dello sguardo.

L’enorme  successo, l’impatto del video Il corpo delle donne , e l’innalzamento del livello di consapevolezza che ne è seguito; l’avvicinarsi della conclusione della lunga campagna Immagini Amiche dell’Udi; le pressioni che quest’anno ha ricevuto lo IAP nel  valutare le numerosissime segnalazioni inviate da molte-i di noi; il costante e proficuo confronto che dura da piu’ di un anno con amiche e amici in rete, mi impongono una breve riflessione su immagine-rappresentazione-sguardo.

* * * * *

” Come ogni rappresentazione l’immagine è un gioco, gestito da regole culturali che sono cambiate e cambieranno ancora. L’immagine della donna ha una storia. Non in quanto illustrazione della storia, ma come storia di per sè.” (Anne Higonnet)

In Storia delle donne in Occidente (il Novecento- a cura di Georges Duby e Michelle Perrot)  Anne Higonnet, che si occupo’ di  “Immagini e rappresentazioni femminili” , scrisse:

“Agli inizi del ventesimo secolo, le donne si trovarono di fronte a nuove opportunità culturali, parvero libere di immaginarsi a modo loro. Per creare nuove immagini di sé, le donne hanno dovuto imparare a coltivare nuovi atteggiamenti nei confronti di se stesse, del proprio corpo e del proprio posto all’interno della società.[…]Esperienza e rappresentazione si rincorrono”.


La donna è da sempre oggetto dello sguardo maschile, che costruisce e per lo piu’ impone un proprio immaginario, e dello sguardo della società, una società patriarcale  (strumento di controllo sociale). Ma  dal novecento la donna divenne anche  soggetto di sguardo. Uno sguardo del quale ci si può appropriare soltanto rimettendo in discussione la propria posizione nel mondo.

(Magritte 1928, La Tentative de l’impossible)

“Sulla rappresentazione del femminile si gioca il suo stesso ruolo all’interno della società e della cultura, in un circolo, vizioso o virtuoso, che si instaura tra rappresentazione e comportamenti accettati. La donna, quindi, deve cercare di costruirsi tanto come oggetto di rappresentazione che come soggetto capace di rappresentazione.“( M. Di Barbora)

E allora: come viviamo la nostra rappresentazione nelle immagini? in che misura ci conformiamo o ci sottraiamo ai modelli proposti (e) imposti? In che modo cerchiamo di indirizzarli, di impossessasrcene, di prendercene gioco,  di sovvertirli?

Per modificare le immagini, bisognerebbe impadronirsene.” (M. Perrot)

Dunque, (ri)Appropriamoci dello sguardo! che significa, da una parte- quanto voleva intendere Perrot- piu’ donne (che riescano a trovare il loro spazio) dietro l’obiettivo , piu’ donne che possano modificare, attraverso differenti percezioni la nostra rappresentazione e l’universo visivo. Dall’altra, invece, rimettendo in discussione la nostra  posizione nel mondo, coltivando nuovi atteggiamenti nei confronti di noi stesse, indagando in profondità i nostri desideri ed esprimendoli, occupando gli spazi pubblici con essi, con la nostra fantasia, con le nostre competenze, con i nostri corpi.

Facciamolo! E che le  provocazioni siano le benvenute.

Ketty La Rocca



7 comments

  1. Ovviamente questo post mi piace moltissimo!

    scrivevo qualcosa sul tema nei miei ultimi tre commenti in questa discussione:
    http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2011/02/17/tre/#comments
    e pensavo di approfondire questa direzione.
    Credo che la donna avendo iniziato tardi a raffigurarsi come soggetto debba ancora maturare uno sguardo più completo. Molto tempo è stato dedicato all’autoriflessività (indagine sulla propria identità, gioco con gli stereotipi) ma ancora poco nel costruirsi come soggetto attivo e interagente con l’esterno. C’è molto lavoro da fare, e questo è anche stimolante!

  2. 🙂

    sisi, pur non essendo affatto un’esperta, credo che sia un grosso problema…o meglio uno spunto dal quale (ri)partire…

    non ho affrontato qui alcuni punti che-credo-siano fondamentali come ad esempio donna-ommagine-bellezza, parole che da sempre attraverso le immagini e sono cosi’ collegate tra loro da essere quasi inscindibili; oppure la “sofferenza del nostro distacco da ideali corporei inaccessibili” e quindi l’immagine come trappola; o ancora il fatto che -mi pare- manchino studi sulla “natura” dello sguardo delle donne ritratte ..insomma, di “lavoro” ce n’è tantissimo da fare!!!
    con la rete delle donne calabresi abbiamo in cantiere un bellissimo progetto, in questo momento siamo ferme perchè incasinatissime,ma penso che ne verrà fuori una cosa ben fatta e soprattutto MAI fatta!
    vado subito a leggere dalla lipperini…grazie, abrazos

  3. sulla natura dello sguardo delle donne ritratte ha scritto sicuramente John Berger in Questione di sguardi…appena ho tempo sarò più precisa, a presto.

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