#Lemonade

Quando ne ho la possibilità mi diverto un sacco a spulciare tra le notizie ed i commenti dei miei siti preferiti oltreoceano. Quello qui di seguito me l’ha girato Zaide Noll, per spiegarmi il perché dell’impazzare dell’hashtag #Lemonade. Seppure conosca poco Beyoncé, mi pare di capire che il suo ultimo lavoro meriti attenzione e che in esso vi siano ampi margini di riflessione, anche per chi come me è bianca, occidentale ma ama un certo tipo di femminismo.

<<Lemonade è il Corpo e il Sangue di Beyoncé di Clover Hope , trad. di Andrea Morgione

Leggendo The Bluest Eye l’anno scorso, per la terza o quarta volta, vidi nuovamente il mondo attraverso Pecola e la sua famiglia. E percepii la loro bruttezza. Mi bloccai su un passaggio ed esso mi congelò come fa sempre: “Era come se qualche misterioso maestro onnisciente avesse dato a ciascuno una cappa di bruttezza da indossare, e loro lo avessero accettato senza pensarci due volte”, scrive Toni Morrison. “Il maestro aveva detto, ‘Voi siete persone brutte’. Loro si erano guardati allo specchio e non avevano visto nulla in grado di contraddire l’affermazione; avevano visto, in effetti, una conferma affinché essa incombesse su di loro da ogni cartellone, da ogni film, da ogni sguardo. ‘Si’, avevano detto. ‘Hai ragione’. E avevano preso la bruttezza nelle loro mani, l’avevano gettata sulle loro spalle come un mantello, e avevano girato per il mondo con essa”.

Mesi dopo, stop ascoltando un’altra autrice, Beyoncé, confrontare questa stessa idea-della bellezza americana percepita-e interiorizzare, correggendola a modo suo. Non letterario, ma straordinariamente visuale e altrettanto potente. Anche lei mi parla. Se non che lei si immerge in una vasca di legno e cammina nel mezzo di campi verdi. Spacca finestrini con una mazza e porta pantaloni Yoruba e treccine. Parla attraverso le parole del poeta somalo-inglese Warsan Shire. Impreca un bel po’. Cazzo. Merda. Troia. Siede sui gradini di una casa del Sud-un trono- circondata da giovani donne nere che ha influenzato: Amandla Stenberg, Zendaya, Ibeyi. Come un qualche tipo di madre maestosa.

C’è un’invisibile cappa protettiva intorno a lei. Anche se sappiamo che la custode stessa, nera e potente, ha bisogno di protezione. Questa è la realtà e la fantasia di Lemonade: uno splendido tourbillon di verità e finzione, sacro e profano, forza e debolezza, scaltrezza e arte. Fardelli ereditati e, finalmente, salvezza. È la storia di, e per, le donne nere gettate a lato la cui furia ci fa colpire e per cui ci tratteniamo.

Beyoncé, utilizzando l’album visuale che è diventato il suo medium preferito e migliore, lega il personale con il comunale con il nazionale, mostrando il sacrificio della nostra identità che compiamo per gli altri, compresi i nostri paesi. Beyoncé non è nuova a muoversi in spazi nascosti. È questo l’effetto che lei ci fa. Ci lascia ad arrampicarci in cerca di spiegazioni, costretti ad accettare la sua musica come un gospel. Durante il tur On the Run del 2014, quando le voci di divorzio piagarono lei e Jay Z, Beyoncé le spremette per aumentare l’effetto sul palco, lasciando che il pubblico andasse a ruota libera con le sue teorie. Come faceva Michael. La profondità del messaggio la porta ancora un po’ più vicino a questo traguardo, corrobora la selvaggia adorazione dei fan (fino a un certo punto) e spiana le precedenti critiche di Beyoncé per cui al suo portfolio mancava vera arte.

Alla resa dei conti, che sia riferito a Jay Z o a Mathew Knowles (la cui infedeltà verso la madre di Beyoncé ha generato un bambino) o raffinata fiction, l’uso del tradimento come argomento narrativo per un’album sulla solidarietà tra donne nere è audace e pressoché dannatamente perfetto. Le bugie sono quello che ci collega in qualsiasi modo. L’assenza di fiducia. Chi siamo noi per poter essere creduti se non possiamo credere ai nostri padri, ai nostri compagni o al nostro paese che afferma che siamo liberi? La risposta è: le nostre sorelle.

All’inizio, Beyoncé canta, in un morbido tono di confusione, di come prega di cogliere in fallo il suo uomo, e magari tu hai un flashback di tuo padre, che sussurra al telefono della cucina. L’altra donna chiama e tu rispondi e lei riattacca, e anni dopo ti domandi com’è possibile che tua madre ce l’abbia fatta, finché non realizzi che non ce l’ha fatta. Ha tenuto duro come hanno fatto tutte. Le domande sono le stesse che si pone Pecola: Che cosa vuole? Perché non sei tu.

Fino ad ora, non sapevamo che volessimo, che avessimo bisogno che Beyoncé parlasse di questo, eppure eccoci qui. “Mi ricordi mio padre, un mago, capace di esistere in due posti contemporaneamente”, recita. “Nella tradizione degli uomini del mio sangue tu arrivi a casa alle tre del mattino e mi menti. Cosa stai nascondendo? Il passato e il futuro si fondono per incontrarci qui”. Beyoncé sta mandando qualcuno a quel paese (ci vorrebbe far pensare che sia Jay Z o Mathew, o entrambi) e sorride in un mondo che la fa sentire pazza. “Sorry” fa sentire l’uomo irrilevante, come lui ha fatto sentire lei, mentre il suo personaggio, che non è senza peccato, in risposta scava una fossa più profonda. Frugando fra le sue cose in cerca di risposte e rimanendo invece di andarsene. Questi sono i modi in cui sei la figlia di tua madre. I molti modi per cui cadi per colpa di tuo padre.

Essere la visione e il simulacro di queste grandi idee (e ce ne vuole, per un visual album di un’ora) è un fardello pesante, ma Beyoncé doveva farlo. Questa è la sua straordinaria forza controllata per compensare il suo silenzio consapevole, per aver esercitato la clausola di Oprah durante le interviste e per aver alla fine abbandonato completamente i discorsi in pubblico. Lei sa che il silenzio è tanto una tattica quanto una necessità. E quando si rompe, è un momento magico. Perché non dovrebbe parlarci in uno spazio sicuro, allora, di sua creazione. “Ciecamente innamorata, io scopa con te” e così via. E la spiritualità è meticolosamente nera. Un’esperta potrebbe, e dovrebbe, andare in profondità coi paralleli e rituali Oshun e Orisha.

La prima, la seconda e la terza volta che ho visto questo album-visto un album­– seduta su un divano con altre scrittrici, e bloggando live, mi meravigliai di fronte a Serena Williams che twerkava accanto alla sua sorella non di sangue ma di fatto. La musica da sola è la più potente della carriera di Beyoncé, il tipo di musica che ti fa camminare per le strade demolendo alte strutture nella tua testa. Il Dio vendicativo ha un piccolo vantaggio su quello caritatevole, perché Beyoncé è al suo meglio quando sdegnata (“Se è ciò che vuoi davvero posso indossare la sua pelle sulla mia, i suoi capelli sui miei, le sue mani come guanti, i suoi denti come coriandoli”, avverte).

Per “Hold Up”, si veste in un vibrante vestito giallo di Roberto Cavalli, un’antitesi della stoica Beyoncé dall’ascensore quel giorno, ancora perfetta ma esuberante con una rabbia che è difficile da immaginare sia totalmente artificiale. Sono fissata sulle sue espressioni facciali (l’assoluta apatia sul tragitto in bus di “Sorry”) e il perverso feeling gotico di “Don’t Hurt Yourself”, che quando combinato con l’occhiata assassina di Beyoncé e l’avanzamento in slow motion verso la telecamera intorno al minuto 12:52, e con la politica, crea una scena da brividi: “Stronza cattiva, complesso di Dio/Motivati sto’ cazzo, chiamami Malcolm X”. E poi Malcolm X parla attraverso di lei: “La persona meno rispettata in America è la donna nera”.

Nei momenti di conflitto emerge grande arte e Beyoncé lo ha capito in un momento centrale nella sua carriera. Le importa poco, sembra, di essere accusata di alienarsi i fan bianchi (sa che alcuni di loro la seguiranno comunque, perché la musica è bella), piuttosto ci tiene a facilitare un’affinità pulita e nera, eseguita attraverso sé stessa e gli artisti, scrittori, registi (Melina Matsoukas, Jonas Akerlund, Kahlil Joseph, Mark Romanek, Todd Tourso e Dikayl Rimmasch), i cinematografi e così via che visualizzano e trasportano la sua visione attraverso lente spinte, furbi occultamenti, riprese pittoresche, panorami, e un’immaginario di acqua e alberi che altri hanno ritenuto ispirato a Terrence Malick.

Questo è un etereo, inquietante confessionale, incredibilmente sprezzante e più tardi vulnerabile. Beyoncé, l’artista, si sta permettendo l’infelicità, prima di avere tregua. Alla fine, lei e il suo uomo stanno spostando montagne, baciandosi, strusciandosi ed emozionandosi, rimediando, un atto di perdono correlato alle donne sdegnate come lo sono le resistenti madri di giovani ragazzi neri morti, come mostrato nelle facce di Sybrina Fulton, Lesley McSpadden e Gwen Carr in “Freedom”, la potente canzone di liberazione di Beyoncé con Kendrick Lamar. È una visione particolarmente tesa, dopo aver sentito la Beyoncé del Texas cantare l’equivalente di fischiettare una minaccia assistita da una jazz band di quartiere mentre ripete a pappagallo le parole di un padre: “Quando c’è un problema in giro, e compaiono uomini come me, spara, disse mio padre”.

E poi c’è Jay Z, gran ragazzone, che le coccola i piedi come dovrebbe, dando l’impressione di essersi pentito. È un’illusione? Artefatta e perfettamente imperfetta? Non importa. Questo è il corpo e il sangue di Beyoncé e noi continueremo a ritornare ad ascoltarla.>>

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