noi che amiamo bell hooks

 Le traduzioni di Andrea Morgione:

<< Scritto da Stephanie Troutman per thefeministwire.com, 14 marzo 2014

 Nel 2011, la leggendaria Dott. bell hooks, femminista, studiosa, critica culturale e prolifica scrittrice di colore, ha cominciato ad accostarsi a social network e blog, spingendo il suo lavoro ancora più oltre le mura dell’accademia. Twitta (a tratti) e ha scritto su blog e su diversi siti web selezionati. Più recentemente ha scelto Twitter per lanciare la sua campagna “Be Bossy” (Sii autoritaria, NdT) in risposta al decreto di Sheryl Sandberg** “Ban Bossy” (Stop all’autoritarismo, NdT). Questa è la seconda volta che contesta la Sandberg (la prima è stata in Settembre quando ha acconsentito che il suo articolo “Scavare a fondo: Oltre Lean In” fosse pubblicato in esclusiva da The Feminist Wire.

 

[*Donna d’affari americana, dal 2013 direttrice operativa di Facebook, nonché autrice di un libro piuttosto chiacchierato negli Stati Uniti, ossia Lean In: Women, Work and the Will to Lead, grossolanamente riassumibile in “come sono arrivata fin qui  e come potete imitarmi”. Ha anche un sito web: LeanIn.org.]

 

Molti hanno considerato la globalmente nota pensatrice e critica “dispersa in azione” negli ultimi anni. La verità è che, prima dei summenzionati e infrequenti interludi di stampo social, ha continuato a scrivere e pubblicare libri (ha perfino vinto un premio per il suo volume di poesie, “Appalachian Elegy”). Bell ha fatto discorsi in pubblico (uno trasmesso in streaming live dal dialogo con Melissa Harris-Perry sponsorizzato da The New School). Ha anche lavorato per sviluppare progetti di stampo comunitario nella città dove vive, Berea.

 La mia relazione con bell hooks è cominciata molti anni fa, quando ero una studentessa laureanda alla Penn State, dove conobbi la sua opera (Teaching To Transgress, “Insegnando a trasgredire”, NdT) nella classe della dottoressa Aaronette White. Comunque, il mio rapporto personale con bell è cominciato nel 2011, al Berea College, dove ha il titolo di Professoressa Illustre di Studi Appalachiani e dove io sono stata Visiting Professor in Studi sulle Donne e di Genere e in Studi Africani e Afroamericani. Mi considero fortunata a poter definire bell hooks una mentore, una collega e un’amica. In una recente conversazione, lei ha casualmente condiviso opinioni sul suo lavoro e su ciò che ha pianificato per il resto del 2014.

 

ST: Cosa diresti in risposta all’idea che fino a poco tempo fa (a causa del tuo impegno con i social media) tu sia scomparsa?

 

bh: Beh, è un chiaro esempio della mia relazione con l’accademia, che è una delle sfide dell’essere un’intellettuale ma un’accademica non tradizionale. Gli sciamani e i griot* erano riveriti per la loro saggezza, ma erano posizionati sui bordi o sulla periferia della loro tribù o del loro vilaggio perché frequentemente offrivano un approccio olistico: non puoi farlo standotene in piedi al centro. Io considero il dissentire e l’analizzare da questa posizione una vocazione e una responsabilità. Piuttosto simile a quello che Cornel West chiama il “testimone profetico”. Non sono al centro dell’accademia perché io scelgo di occupare una zona di confine. Il lavoro intellettuale arriva dall’isolamento, dalla meditazione, dal cambio di scenario… la pratica spirituale è similare: richiede concentrazione, chiarezza, idee… e la negazione dell’ego.

 

[*I griot sono figure tipiche di alcuni paesi dell’Africa Occidentale, il cui compito, in qualità di poeti e cantastorie, è quello di preservare e di diffondere la cultura orale tradizionale del loro popolo. Essendo figure di spicco delle loro comunità, a volte venivano anche nominati interpreti o ambasciatori. La figura del griot è tuttora esistente in paesi come il Senegal, la Guinea, il Mali e il Burkina Faso). Il termine in sé, comunque, è di origine francese, mentre di solito il griot viene chiamato djeli/djali (che in malinké significa “trasmissione attraverso il sangue”) oppure gawlo (in lingua peul, significato affine).]

 

ST: Ma tu hai lavorato per tutto questo tempo (sia pure magari non sempre nei tradizionali spazi accademici), giusto? Perciò dì qualcosa sui tuoi progetti correnti e sui tuoi impegni femministi.

 

bh: Non importa di quale progetto stiamo parlando, io sento sempre il bisogno di portare avanti una critica al patriarcato, e questo lavoro è tuttora in corso. Mi sembra che il lavoro contemporaneo sul genere stia trascurando una critica al patriarcato. Il lavoro che riguarda l’etica e la giustizia sui diritti dei LGBTQI deve essere alla fine incluso nel sessismo e nel razzismo, il che significa criticare il capitalismo e il patriarcato: questi non sono problemi a sé stanti.

Per quanto riguarda i miei progetti di scrittura, qualche mese fa ho concluso e pubblicato il mio lungo saggio di risposta a Lean In. Ci ho lavorato su per un po’, e ho sentito che esso fosse un’iniziativa necessaria in quanto il libro era pieno di falso femminismo, che fa da intralcio alla progressiva affermazione del movimento femminista genuino. Ora sto lavorando su un articolo sulla giustizia che ho intenzione di chiamare “Dove andiamo da qui?”. È basato sulla critica di Martin Luther King alla natura distruttiva della supremazia dell’uomo bianco, al punto tale che essa distrugge la democrazia.

 

ST: Quindi stiamo parlando di articoli recenti e progetti di scrittura correnti. Ripensando ai tuoi libri, in particolare, di quali opere sei più orgogliosa, e perché?

 

bh: I miei libri sono radicalmente diversi tra loro, perciò non sono sicura di poterti dare una risposta… in teoria, Yearning; in termini di attrattiva più ampia, All About Love.

 

ST: A proposito di libri, di chi stai leggendo le opere? Quali film e quale musica di hanno affascinato di recente?

 

bh: Ho letto prevalentemente libri spirituali, un libro chiamato Here If You Need Me. Un testo accademico attuale che ho trovato interessante è Feminist, Queer, Crip di Alison Kafer. Per quanto riguarda i film, ho guardato Don Jon per aiutarmi a pensare alla trasformazione della mascolinità patriarcale; ho anche trovato il documentario 20 Feet From Stardom convincente. Ascolto sempre una gran varietà di musica, ma di recente mi sono appassionata all’album-tributo di Meshell Ndegeocello a Nina Simone, Pour une ame souveraine (For a Sovereign Soul).

 

ST: Ora che il 2014 è ben avviato, quali speranze e piani hai per il resto dell’anno?

 

bh: Beh, mi auguro che ci sia la rinascita di un interesse nella giustizia e nella realizzazione di un lavoro volto a creare ambienti sociali equi. Il mio calendario si sta riempiendo anche per quest’anno: terrò un discorso alla New School, alla Purdue University, alla Penn State University e alla St. Norbert, dove sono la relatrice inaugurale per il loro nuovo Centro delle Donne. Farò anche il discorso introduttivo alla conferenza della National Women’s Studies Association a Puerto Rico in autunno. Sono ancora in qualche modo all’interno del circuito accademico, in tal senso. Il mio altro, amatissimo lavoro è quello della comunità. Sto continuando a seguire lo sviluppo di conversazioni comunitarie ospitate dal bell hooks Institute… un progetto che ho aperto nel 2011, cominciato con Gloria Steinem venuta a Berea per passare la giornata con donne locali e provenienti dalle montagne e dalle zone di campagna. L’anno scorso, ho ospitato dialoghi con Rick Lowe e Cornel West. Spero di espandere il bell hooks Institute negli anni che verranno, ma esso rimarrà basato sulla comunità.

 

ST: In una recente intervista con Kevin Powell di BKNation, hai parlato dell’idea e della rappresentazione del benessere senza educazione rappresentato da Jay-Z, e hai proseguito discutendo di Beyonce. Alcune persone leggono la tua analisi come in un certo senso riduttiva o anche come un cenno ai confini delle “politiche di rispettabilità”. Puoi parlarne?

 

bh: Ho in effetti usato Twitter per raggiungere Beyonce. Per chiarire, stavo criticando immaginario della sua performance di “Drunk In Love” con Jay-Z in rapporto al video della canzone. Non stavo rispondendo al suo uso del termine “femminista” come un aggettivo personale. Nello spirito della sorellanza, io abbraccio il suo uso del termine “femminista”: è un punto di partenza, ci dà qualcosa con cui lavorare. Per quanto riguarda il video, sento che il suo potere e la sua incarnazione vengono fuori sulla spiaggia, e ciò lo conferma, ma la performance live ai Grammy Awards è disturbante nella sua rappresentazione essenzialista del patriarcato, che rende la sua potente incarnazione non più sexy né convincente quanto lo era nel video.

 

ST: Grazie per aver approfondito questo argomento. Un’ultima domanda: è il mese della Storia della Donna, e tu sei stata un’ispirazione per moltissime persone in tutto il mondo. Chi sono le tue eroine, le donne che hanno ispirato te?

 

bh: Lorraine Hansberry, Anne Brade e Shirley Chisholm.>> 

traduzione di Andrea Morgione

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