figlio maschio

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foto dal libro Il Mago di Oz, Anna Brandoli e Renato Queirolo, Rizzoli 1980

“Fare figli è davvero per tutti, madri e padri, un’esperienza che non somiglia a nessun’altra, ma fare un figlio maschio, per una donna della generazione del femminismo, implica molte maggiori articolazioni. Crescere un figlio maschio comporta infatti un accesso privilegiato a un mondo affettivo e psicologico sul quale abbiamo esercitato nel tempo un lungo lavoro di analisi e critica, ma è un ingresso in cui il conflitto è ammorbidito da un punto di vista molto indulgente. Rappresenta certamente uno strumento in più di comprensione del farsi dell’altro da sé, del suo modo di sentire, di vedere la vita e le cose, ma è anche l’occasione per rinegoziare dentro di sé nodi sciolti in passato forse troppo velocemente e semplicemente.

[…]Ma il senso di forza e di potenza si riducono considerevolmente quando comincia a porsi il problema di crescere umini “differenti”, migliori e consapevoli, se possibile, pur senza tradire la propria identità di genere. Su questo terreno il lavoro diviene difficilissimo, mancano i punti di riferimento reali e simbolici, mancano sopratutto precedenti significativi ai quali attingere utili ispirazioni. Dunque il senso di smarrimento può essere forte di fronte al persistere di pesanti condizionamenti culturali e sociali, veicolati principalmente attraverso la vita di relazione: scuola, amici, e naturalmente i potentissimi media, che irrompono in modo spesso devastante nella nostra difficile quotidianità educativa” Annamaria Tagliavini, Una giovinezza emiliana, in Baby Boomers, Vite parallele dagli anni Cinquanta ai cinquant’anni, Giunti 2003

Non sono una donna della generazione del femminismo, sono nata negli anni settanta, quando “altre solcavano le piazze e si riunivano per l’autocoscienza, interpellando se stesse con la verticalità della prima volta, in Italia” ( contro versa, prefazione).

Ho già avuto modo di raccontare, anche se brevemente, cosa ha rappresentato per me la nascita di un figlio, maschio. Ho anche iniziato a raccontare  del primo serio approccio del bambino con un gruppo di maschi coetanei, in prima elementare. Quest’anno, che frequenta la seconda, il mio sguardo rimbalza dai compagni(e) ai  loro genitori (e viceversa), con i quali avevo già avviato un confronto a volte privo di spessore, a volte meno. Se con alcuni mi trovo in apparente sintonia su un certo modo di rapportarci ai bambini(e), con altri(e) ci guardiamo reciprocamente con sospetto. 

Ma davvero lasceresti fare hip hop al bambino? Non è per maschi. Statti attenta, che poi….”

Alla festa sono invitati solo i maschi. Sai, li portiamo dove giocano con le pistole laser e le femmine non si divertirebbero. E comunque il bambino non ce le vuole”  

Ma le cose più importanti, come spesso accade, le vengo a sapere per ultime. Ieri, un amico del bambino è uscito da scuola con un occhio gonfio. Pare che un paio di compagnelli si divertano a picchiare gli altri. Così, senza apparente motivo, giusto per il gusto di dimostrare alla classe che sono i più forti. E non si “limitano” a scapaccioni al primo che si trova davanti a loro mentre si avviano alla cattedra. No. Pare che uno dei due tenga il malcapitato di turno per dare modo all’altro di picchiarlo comodamente. E se qualcuno fa cenno di difendere il malcapitato, i due lo minacciano di fargli fare una brutta fine. Tutto ciò accade in una classe di bambini(e) molti dei quali non hanno ancora sette anni. Accade in una scuola del centro città, tra bambini che da alcuni giornalisti sarebbero definiti “di buona famiglia”. Con i genitori che difendono i figli con un’alzata di spalle, perchè “capita a tutti di darle e prenderle” e “mio figlio è un pò vivace, che ci posso fare?“, e come se nulla fosse dicono condiscendenti “ma lo sai, figlio, che non si fanno queste cose. Su, fate pace e tutto torna come prima

 Questi figli, mi chiedo, a quali scene sono abituati ad assistere a casa loro? E che genere di uomini saranno domani, di cosa saranno capaci? Io, nel frattempo, ho provato a ragionare col mio, di figlio. Gli ho chiesto di allertare la maestra ogni qual volta succedono queste cose a se stesso e agli altri. Ma gli ho chiesto anche di restituirle. Giovanni mi ha risposto che “non si picchiano mai i bambini, mamma“, come se avessi tradito me stessa e lui con la mia affermazione (devo aver sbagliato qualcosa di molto importante nel canale comunicativo, non oggi). Il padre mi ha guardato di traverso, d’accordo col figlio, perfettamente solidali per una volta tanto.

* * *

Vi segnalo due blog ad alto gradimento :

la benché minima idea (per la serie: “ma ne ha più di me”. Il blog di un uomo, che è anche padre, nel quale ritrovo moltissimi degli interrogativi con i quali ho a che fare quotidianamente, come madre)

la medaglia del rovescio ( ovvero: tutti i grandi sono stati bambini, una volta”. Un blog da leggere, col sorriso di Tizianeda)

6 comments

  1. Guarda, secondo me hai fatto bene a dire a tuo figlio di reagire..giusto allertare le maestre (del resto farebbe parte del loro lavoro) ma è anche giusto difendersi dai bulletti.

  2. Io credo che la risposta di tuoi figlio denoti come tu, fino ad ora, abbia fatto un ottimo lavoro, sono sicura che riuscirai anche a fargli capire come difendersi e difendere dai bulli senza usare necessariamente la violenza e quindi distinguendosi ancora di più da loro🙂

  3. grazie yellow🙂 , anche se penso che l’unica alternativa efficace consista nella fuga!!! ho avuto modo di vederli in azione e ti dirò che sono rimasta a bocca aperta….

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