carta vetrata, una lettura

CARTA VETRATA, UNA LETTURA

Trip [vc. ingl., propriamente “viaggio”, da to trip “camminare svelti”] s.m.inv. viaggio, sballo (gergo)

Carta vetrata, l’ultimo libro di Paola Bottero pubblicato con sabbiarossaED, è un trip costante.

La scrittura ha una feroce immediatezza, scorre veloce a ritmo sincopato, in un turbinio di immagini che paiono la rappresentazione in sequenza di specchi per allodole.

La narrazione di carta vetrata è condotta in prima persona dalla voce  del protagonista, Demetrio Romeo. Per cui noi, lettrici e lettori, vediamo tutto attraverso i suoi occhi e i suoi pensieri. In Demetrio c’è un continuo venire a patti con un mondo in cui pare che di humanitas non ne esista traccia, o quasi. Per lui, non è possibile –né immaginabile- redenzione. Anche quando, alla fine, quel briciolo di umanità sembra vagamente poter affiorare, viene subito ricacciato indietro dal suo essere intimamente usurato dentro. Il protagonista non è, dunque, un uomo senza qualità ma è decisamente peggio. Vive immerso nel mondo ed è tanto povero intellettualmente quanto ricco di passioni negative.

Lo sguardo di Demetrio non risparmia nessuno dalle brutture che gli sono proprie, e per quanto si possa intendere la sua avvenenza fisica, Demetrio ai miei occhi  è bruttissimo. E’ un uomo intimamente volgare e rozzo, un bugiardo incallito, un misero parassita, un uomo privo di scrupoli morali, un empio-egotista-egocentrico, capace solamente di produrre pensieri sgradevoli e di immaginare qualunque genere di relazione solo in quanto “funzionale”, esperto nell’ usare gli altri e disponibile a farsi usare. Un opportunista pronto a fare sesso come moneta di scambio per ottenere privilegi e avanzamenti di carriera, con donne che lo disgustano. Un uomo come tanti, visto nella sua cruda realtà.

La storia parte da Reggio Calabria, ma potrebbe tranquillamente avere inizio dall’altra parte del mondo, se non fosse per qualche parola d’uso dialettale che mi tira l’anima, e il riferimento del protagonista stesso al famigerato “modello Reggio”, nel quale i suoi occhi perfettamente si rispecchiano, ritrovandosi a casa e pacificandosi.

Fatto sparire per qualche giorno, per miseri motivi da loschi individui, l’aspirante giornalista Demetrio Romeo – nato per stare davanti alle telecamere– pianifica una rapida e brillante carriera sulla montatura mediatica di un suo presunto rapimento ad opera della mafia. Ma cosa significa fare giornalismo, occuparsi di comunicazione e usare il web? E’ tutto un circo delle apparenze, di dolore messo in scena, di notizie costruite strategicamente a tavolino, di brand socialmente utili, dall’antimafia al femminicidio? In cosa consiste, dunque, vivere e con quali modalità lo facciamo? E’ tutto davvero un circo mediatico, fatto solo di apparenze?

<< E poi dobbiamo vedere come impostare l’apertura. Ho già preparato i box, in questi giorni. Però dobbiamo decidere il taglio: vittima? Eroe? Io sono per l’eroe. Così sei venuto fuori. Ti sta bene, addosso, la tunica dell’eroe. Allora? >> (pag. 23) dice Grazia, la caposervizio della redazione del suo quotidiano, a Demetrio; mentre per Enrica, la manager che lo introduce nel mondo dorato della RAI << No, tu devi essere sofferente. La gente ti ama perché soffri. E se soffri si identifica in te. Se diventi troppo presto eroe ti molla. Si disaffeziona. Noi dobbiamo tirare la corda fino all’ultimo >>. Mara,  una collega cinicamente pragmatica, invece suggerisce <<  E quando capitano bisogna essere pronti a cogliere al volo le immense opportunità dell’essere giornalisti minacciati dalla mafia. Pensa alle decine e decine, alle centinaia di nomi che rimbalzano di festival in festival, a raccontare di ruote tagliate, auto bruciate, bottiglie di benzina, lettere minatorie, proiettili… Devo continuare? Devo farteli io i nomi dei colleghi, chiamiamoli così, che si creano il modo per entrare nel circuito, farsi notare, costruirsi una carriera? >> (pag. 59)

Preso l’abbrivio, attorno al presunto eroe si accalca una folla di chi  è in cerca della propria occasione, e il circo di persone da cui Demetrio è circondato è composto fondamentalmente da donne: Grazia la caporedattrice del  giornale; Agata la collega e amica che crede (utopisticamente) nel mestiere; Mara la collega con aspirazioni da sanguisuga; la madre – ovvero la vecchia – che ricompare per attaccarsi al carrozzone; è donna la persona che conduce il protagonista tra le grinfie degli strozzini; Enrica e Veronica che lo introducono nel mondo dorato della televisione nazionale; Martina la giovanissima (e ambigua) amante. E’ una voce femminile quella che lo riporta “a galla” alla fine. E hanno facce di donne le anguille che popolano gli incubi di Demetrio. Nere, viscide, un groviglio di sguisci con facce riconoscibili di donne su corpi di animali repellenti che, strisciandogli addosso, lo avvolgono e  lo spingono verso il fondo.  Negli incubi ricorrono anche l’acqua e il mare che, con grande frequenza, è legato  alle profondità inconsce – e l’inconscio, mi suggerisce una cara amica, è più intelligente di noi. Il mare, come luogo  di origine da cui emergono visioni oniriche, come luogo dal potere evocativo di grembo materno. Ma questo grembo, è davvero  così terribile? E queste donne sono “unite in genere”  dall’incapacità di amare, fino a danneggiare consapevolmente i propri figli?

Agata, l’amica onesta e fidata,  azzarda a dare a Demetrio un’interpretazione dei suoi sogni. Ma Agata, mi chiedo, ci è o ci fa? Il bello del libro è anche questo: il fatto che il protagonista sia un pessimo soggetto e che le persone delle quali scorgiamo il profilo ci vengano presentate attraverso i suoi occhi, ci fa sentire in qualche modo liberi di immaginarli al di là del suo stesso sguardo, al di là –forse- delle intenzioni della scrittrice. Per questa ragione, l’unico personaggio che riesco ad amare – dopo una breve esitazione dovuta alla suspance della trama – non è affatto la integerrima Agata – di cui a tratti mi chiedo se sia più sciocca o insulsa – ma Martina, che vedo come una giovane donna dal difficile vissuto familiare, e a tratti mi pare forte, fiera, libera e dignitosa. Martina è figlia dello stupro di una tredicenne, alla quale è stato impedito di abortire -ma lei la rabbia e la fuga della mamma le comprende. La madre di Martina, però,  non è a sua volta capace di stare a fianco della figlia quando questa rischia di subire la stessa violenza da parte del suo nuovo compagno. Per timore, suggerisce Martina, di perdere “la sua ipoteca sul futuro” ? 

<< Mi avvicino piano all’acqua. Ma con urgenza. I piedi scottano. Anzi. La sabbia scotta. I piedi bruciano. Li strofinano sulla sabbi aumida. L’acqua li bagna appena. Mi fanno sempre più male. >> (pag.180) E arrivano gli insetti, di tutti i tipi  – compresi quelli partoriti dalla fantasia del protagonista – ad assalirlo. E quella che ferisce il corpo non è sabbia, ma è carta. Carta vetrata, carta abrasiva, che ferisce e fa sgorgare il sangue ma  che scrosta e toglie via lo sporco, mettendo in luce le nefandezze umane a mò di catarsi, per amore della verità.

Paola mi ha detto del suo libro “Lo odierai”. In parte, non aveva torto. Dovrei odiarlo perché vi riconosco un’ampia gamma di miserie umane, perché è un romanzo che mi scombussola. Ma se, da un lato, mi sprofonda nell’abisso di un cinico realismo, in cui non trova posto alcuna speranza di sopravvivenza della  humanitas, dall’altro è proprio questa stessa intuizione la sola capace a smuovere il senso di ribellione che impedisce l’accettazione passiva, l’assuefazione alle brutture umane e sociali. Seppure con una consapevolezza radicata: c’è chi sta a galla, senza bisogno di saper nuotare.

DR

ps le copertine di Caterina Luciano sono sempre uniche e  spettacolari.

2013-11-21 14.44.39

 

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