il teatrino e la miseria politica sulla legge 194, in Calabria

Di solito, per andare a teatro, il biglietto si paga prima di assistere allo spettacolo. Esistono casi in cui, però, non è tanto chiaro il momento in cui tocca pagare, come ad esempio quando ascolti un consiglio regionale calabrese. Può darsi, dunque, che il conto arrivi subito –con un potente mal di fegato – o magari dopo anni – in un reparto di ginecologia di un ospedale pubblico e che si manifesti ben peggio di quanto possa accadere nella colonia penale di kafkiana memoria.

15589676_10208692773452098_6395754120353972504_nIeri si è finalmente concluso il travagliato iter  della Proposta di Legge n.139/10^ di iniziativa del consigliere Giuseppe Giudiceandrea “Legge 194/1978. Norme per la corretta applicazione sul territorio regionale”, approdata per la prima volta in consiglio regionale giorno 19 ma rinviata al 21 per motivi che non tarderò a spiegare. (la foto a sx è di G. Giudiceandrea)
La proposta di legge ha avuto un iter non particolarmente complesso, se non fosse per la fase finale. Dopo essere passata, infatti, in due commissioni in cui hanno votato contro in maniera piuttosto prevedibile i consiglieri di destra, la PdL ha subito un tentativo di sabotaggio a causa di un’intervista rilasciata da Giudeceandrea che ha messo sulle spine un poco di persone cui era sfuggita, fino a giungere a quello che a parere di alcuni risulta essere diventato un sabotaggio ben riuscito.

Ma cerchiamo di recuperare un minimo ordine di narrazione. Lunedì 19, sapendo che al punto tre all’ordine del giorno ci fosse questa tanto attesa proposta di legge a favore della corretta applicazione della 194, faccio l’errore fatale di ascoltare la seduta in streaming. La benedetta tecnologia, con i suoi potenti mezzi, mi permette di ascoltare la relazione introduttiva di Mirabello, cui segue immediatamente l’intervento piccato del consigliere Sinibaldo Esposito il quale lamentandosi del fatto che non immaginava che la legge sarebbe stata presentata proprio quel giorno, mette subito in chiaro una cosa: si augura che la proposta così com’è non passi, perché non ne comprende l’utilità, perché il numero di aborti è in calo (quindi l’assistenza sanitaria più efficiente non sarebbe necessaria?) ed infine (direi ma soprattutto) perché gli pare una legge discriminante nei confronti dei medici obiettori.  Chiede dunque subito il primo di vari emendamenti, in particolare all’articolo 1 comma 2, attraverso la rimozione della dicitura “[…]. In questa direzione si è espresso il Comitato Europeo ai danni dell’Italia, (decisione dell’8 marzo 2014 sul reclamo collettivo n.87 del 2012) e la sentenza del  12 ottobre 2015 che condanna il Governo italiano proprio nella parte demandata alle Regioni per la mancata e corretta applicazione della l.194/1978 che oltre a cagionare danno alle donne insinua principi discriminatori verso quei medici non obiettori che rispettano gli obblighi della legge 194/1978, adotta le seguenti misure.” perché ritenuta lesiva e discriminante nei confronti dei medici obiettori – inutile dire quanto questo timore fosse infondato.

Dunque il riferimento a medici non obiettori discriminati non può essere neanche ventilato, perché turbativo di talune sensibilità, se non addirittura lesivo esso stesso.

A dar man forte ad Esposito rincara la dose- come in uno scontato teatrino- il consigliere Tallini,  mettendo in guardia il consesso di aver sentito –con modalità congrue al bancone di una trattoria e non ad una sede istituzionale- un certo malumore trai medici obiettori (ma anche non). A questo punto, colpo di scena! Sentendo chiamata in causa una certa casta ospedaliera non può fare a meno di prendere parola Ciconte (PD) che avalla la richiesta di Esposito, facendomi testare con mano cosa intendano quando si parla dell’anima nera del cosiddetto centro sinistra. Giudiceandrea prova ad ergersi nella mischia coraggioso, mentre si oppone al rinvio della discussione e sbotta dicendo che il centro sinistra dovrà farsi carico della responsabilità della bocciatura della legge. Ma il PD non può permettersi cotanta figura, soprattutto in questo momento di bassa fortuna, e poi alcuni pensano che da bravi amici (ma anche no) un accordo si possa sempre raggiungere. A chiudere temporaneamente i giochi, ci pensa dunque Oliverio  che “data la delicatezza dell’argomento e l’ora tarda, per trovare una sintesi” impone, nella sostanza, a Giudiceandrea il suddetto rinvio a mercoledì 21, “ripartendo dalla discussione senza aggiungere ulteriori emendamenti”.

Succede però che dalla discussione si ripartirà sì il 21, ma con una legge già emendata. La proposta di legge Giudiceandrea, infatti, nella sua prima stesura era una giustissima mozione di principio contenente qualche tentativo concreto di sostenere l’effettiva applicazione della 194 nel territorio regionale, con alcune criticità venutesi a creare necessariamente per i paletti imposti dal commissariamento della sanità e dal patto di stabilità. Fin qui c’è da ringraziare molto Giudiceandrea, perché è stato il primo politico in assoluto a tirare in ballo in maniera così chiara la 194 in un consiglio, qualunque siano i motivi che l’abbiano spinto (e lo scrivo perché so già che qualcuno storce il naso a prescindere). A lui va dato merito di aver sollevato una questione di fronte a cui molte e molti  “compagni” improvvisamente si scoprono democristiani. Credo, inoltre, che essere consapevoli di essere quasi solo contro tutti, in un luogo istituzionale disertato strategicamente dalla maggioranza (che magari è il tuo partito) sia cosa coraggiosa quanto tristissima. Da parte mia, senza essere mai stata una sostenitrice di Giudiceandrea che non conosco, credo sia accaduto proprio questo.

La proposta di legge Giudiceandrea arriva dunque al 21 epurata da tutto quanto possa anche minimamente ferire  fragili sentimenti massoni e dalle parti che ribadiscono palesemente il principio di autodeterminazione delle donne, il quale continua ad essere il grande scoglio su cui si abbatte la miseria di molti umani.

Con una certa soddisfazione, resa palese con presa di parola in aula il 21 da Esposito e qualcun altro, vengono eliminati vari punti. Viene eliminato il cenno a  “principi discriminatori verso quei medici non obiettori” o quello alla “tutela  dell’interesse preminente delle donne nell’interruzione di gravidanza volontaria”. Viene eliminato il riferimento chiaro e diretto alla possibilità, da parte della Regione, di valersi della mobilità interna del personale per equilibrare le presenze di obiettori e non obiettori nelle strutture pubbliche. Viene eliminato il comma in cui si citano azioni atte a rimuovere il palesarsi d’interruzione di pubblico servizio, di danni cagionati alla salute delle donne e di azioni discriminatorie protratte nei confronti dei medici non obiettori. Viene però introdotto un comma sui consultori e sul rimettere in gioco il loro ruolo di mediazione.

 Della legge, in sostanza, rimane la mozione di principio: una legge regionale  che ricorda all’amministrazione l’esistenza e l’obbligo di rispettare una legge nazionale. Ad alcune e alcuni sembrerà surreale, a me invece no. E devo dire che, dopo aver assistito al teatrino consiliare, non mi pare neppure inutile. Non è stato inutile il tentativo di Giudiceandrea perché quel “ne abbiamo parlato anche troppo” che ho sentito dire in aula racconta che non se ne doveva parlare proprio per niente e invece in qualche modo si è stati costretti. Perché se qualcuno soddisfatto ha detto quanto fosse positivo poter discutere tra loro per “sistemare le cose”, a qualcun’altra che ascoltava sarà invece venuto in mente che puntare al ribasso per cercare di ottenere un minimo inesistente, non è più modalità politica accettabile e conveniente. D’ora in poi, la parola d’ordine sarà guardare il più lontano possibile, raccogliendo eventualmente quei dinieghi che danno spettacolo di sé anche alle elettrici e agli elettori. In fondo l’approvazione di questa legge, in barba a chi pensa di aver messo a tacere definitivamente l’argomento con un contentino e a chi si auspica il mantenimento dello stato attuale (comprensivo di tutti quegli interessi che sono in gioco sulla pelle delle donne), può rappresentare una lacerazione, l’apertura di uno stretto varco attraverso cui prima o poi l’acqua fluirà tanto potente da straripare e sfasciarlo.

Le prove di prestanza muscolare, si sa, rappresentano solo dispregio, miseria politica e a lungo andare non pagano. Non pagano gli accordi sottobanco da virile stretta di mano tra destra e sinistra e non paga neppure il silenzio, come quello dell’unica donna presente ed eletta nel consiglio regionale. Non voglio neppure sapere quale sia il motivo della reticenza di Flora Sculco nel prendere parola, qualcuno mi suggerisce che avrebbe fatto più danni a parlare che a tacere ma la questione è di per sé notevole.

Al silenzio, io continuo a preferire sempre la litania della sopravvivenza

[…]E quando parliamo abbiamo paura
Che le nostre parole non verranno udite
O ben accolte
Ma quando stiamo zitte
Anche allora abbiamo paura

Perciò è meglio parlare
Ricordando
Che non era previsto che noi sopravvivessimo

[Audre Lorde, Sorella Outsider, il dito e la luna 2014 nella trad. di Margherita Giacobino e Marta Gianello Guida]

Memento:

Una piccola ricerca-dossier di cui mi ero occupata qualche anno fa: RU486: una pillola che alla Calabria proprio non va giù

http://www.lastampa.it/2016/04/14/italia/cronache/dieci-interventi-a-settimana-i-ginecologi-non-obiettori-di-coscienza-ai-lavori-forzati-DmgiXnHrsK57RXrkg5sJFK/pagina.html

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