del “vittimismo del maschio bianco” (1)

Dove il vittimismo del maschio bianco (possibilmente eterosessuale) si sta rafforzando, cosa ormai evidente anche nel piccolo della nostra penisola (tanto che numerose riflessioni dell’articolo mi suonano vagamente familiari rispetto ai tempi presenti nostrani) e le narrazioni diventano necessarie, per la serie: se lo conosci ti nuoce di meno. Rispetto alla lettura dell’articolo che segue, non può non venire in mente Octavia Butler col suo Legami di sangue (chi non lo ha letto e non vorrà leggerlo è una polla).

Grazie ad Andrea Morgione per la traduzione (n.b. gli spunti rimangono sempre interessanti, anche se l’articolo è del 9 novembre):

<<Trump e la Narrativa del Vittimismo del Maschio Bianco: “Fa Male” – Di Judy Rohrer 

Trump and the Narrative of White Male Victimhood: “It Hurts”

All’inizio di Settembre ho pubblicato un breve articolo su un sito di news di Hawaii analizzando quello che ritenevo fosse ovvio per la maggior parte degli hawaiiani – cioè che Donald Trump è l’haole definitivo. “Haole” è una parola della lingua nativa hawaiiana che originariamente significava straniero e ora sta per bianco, in particolare per l’attitudine e i comportamenti tipici dell’essere bianco. Nella mia tesi espongo come l’haole sia una particolare e ben collocata forma di “bianchezza” americana forgiata nelle colonizzazioni storiche delle isole e in quelle che tuttora hanno luogo. Le definizioni di haole e haoleness possono essere viste come una contro-narrativa della natura bianca, parte della resistenza alla dominanza bianca e al colonialismo dei coloni statunitensi nelle Hawaii. Chiunque nelle Hawaii può essere rimproverato per essersi “comportato da haole”, quando dimostra arroganza e fuoriesce dalle norme culturali della comunità. Ecco un estratto dal mio articolo:

Trump parla troppoforte, non ascolta mai, si prende troppo spazio,

ed è vistoso e insopportabile. È totalmente inconsapevole degli altri

(evidenziato da come parla delle comunità in modi cartooneschi e paternalistici,

“Io amo i sottoeducati”, e agli afroamericani, “Cos’avete da perdere?

Provate qualcosa di nuovo, come Trump” . È un narcisista da manuale –

tutto ruota intorno a lui, i suoi diritti sono infiniti, non ha alcuna empatia,

ha una pomposa percezione della sua stessa importanza, si crede

incredibilmente intelligente, talentuoso, forte – è un “Vincente”. Lui, e solo lui,

può salvare l’America. Lui sa tutto, ha tutte le risposte. Non solo non

sa un accidente delle comunità di colore, delle comunità di immigrati,

e delle popolazioni indigene – alimenta l’isteria suprematista e il

vittimismo dei bianchi. Lui e i suoi seguaci renderanno l’America Bianca come un tempo.

 Potreste aver pensato che io avessi detto qualcosa di inconcepibile o di davvero notevole viste le immediate reazioni negative e astiose. Ciò che è interessante è che i detrattori non erano sostenitori di Trump. La maggioranza era composta da haole offesi per essere stati associati a Trump e furiosi con me per la mia descrizione della sua natura di haole definitivo. Ma non è quello che stavo dicendo. Stavo dicendo che Trump fornisce un esempio perfetto di come gli haole non si dovrebbero comportare. Non possiamo cambiare il fatto che siamo haole, ma possiamo decidere come essere haole. Ho scritto, “per quelli tra noi che prestano attenzione, ci sono importanti lezioni di vita nell’essere identificati come haole”.

hello-im-a-victim

Questa esperienza è stata un violento promemoria che, anche nelle Hawaii dove la natura bianca è contrastata – non “inosservata” o “invisibile” – o forse specialmente lì, per via di quel contrasto, la narrativa del vittimismo bianco sta prendendo forza. Nelle Hawaii questa narrativa è legata a una forma particolarmente perniciosa di logica razzialmente daltonica che rende i Kanaka Maoli (hawaiiani nativi) perpetratori di razzismo inverso contro i non-hawaiiani. E quella convinzione è ora fomentata dall’impennata a livello nazionale di rabbia contro i bianchi e disaffezione catalizzate dalla campagna elettorale di Trump. (E, a tal proposito, l’esotismo e la liminalità nazionale nell’immaginario di molti americani bianchi ha funzionato assai bene per Trump come sfondo per il suo movimento razzista Birther, che è ben lungi dall’essere morto secondo un recente sondaggio).

Studiosi in Studi Etnici, Studi sulla Natura Bianca e Studi Critici sulla Razza hanno offerto importanti conoscenze e hanno identificato una costellazione di fattori dietro al contemporaneo rialzo razziale bianco negli Stati Uniti: la rapida “browining of America”; la presidenza Obama; il collasso economico; e i movimenti per la giustizia razziale, dei migranti e indigena. Nei termini della disaffezione del maschio bianco, vorrei aggiungere la progressivamente più possibile transizione dal nostro primo presidente di colore alla nostra prima donna presidente (!). I gap di genere e di razza in questa elezione rendono palese che il razzismo contro i neri e la misoginia continuano a essere legati a filo doppio, specialmente nelle narrative del vittimismo del maschio bianco.

Donald Trump ha dato nuova linfa vitale alla trattazione della vittima bianca. Descrivendo tale argomentazione in The Cult of True Victimhood, Alyson Cole ha scritto “solo le vittime che restaurano il potere patriarcale e supportano prontamente lo stato retributivo vengono riconosciute come vere vittime” (173). Suona familiare? La Cole ha recentemente offerto nel suo Fortune, “quando Trump tuona contro la vasta cospirazione mirata a farlo cadere – affermando “Sono una vittima” la scorsa settimana – sta parlando a nome dei suoi prevalentemente bianchi sostenitori maschi che presumono anch’essi che gli sia stato negato ciò che gli spetta di diritto da un sistema truccato per beneficiare tutti gli altri”. Trump utilizza un linguaggio e un comportamento razzisti, antisemiti, misogini, islamofobici, anti-immigrati, ableisti e altrimenti ripugnante per attaccare le comunità oppresse. Umilia e degrada quelli coraggiosi abbastanza da esporre le violenze che ha perpetrato contro di loro. Poi dice che LUI sta venendo diffamato e si sta rendendo un martire, ricevendo “sassi e frecce” per reclamare l’America.

Nel suo appassionato discorso per portare all’attenzione la misoginia e la difesa dell’aggressione sessuale di Trump, Michelle Obama ha detto “fa male”. Un’affermazione così semplice. “Fa male”. Fa male psicologicamente e fa male fisicamente. I miei studenti di colore, le donne, e gli studenti che non si conformano agli standard di genere hanno riportato un incremento nelle molestie e negli assalti fisici, insieme a una risposta della polizia, dell’amministrazione e/o della comunità meno che soddisfacente. Non si sentono al sicuro. È aneddotico a questo punto, ma sono sicuro che la scienza sociale non tarderà a legare la retorica di Trump alle esplosioni di violenza. Abbiamo già le terrificanti reazioni (e la coraggiosa risposta editoriale) al primo supporto nella storia del quotidiano Arizona Republic a un Democratico. Mark Shields, commentatore politico di lunga data, ha detto di Trump durante la PBS News Hour, “Non è un fischietto per cani. È un coro canino di impulsi oscuri”. E, quando le elezioni “truccate” dichiareranno Trump un “Perdente” (per usare il suo linguaggio), quelli coinvolti nella narrativa del vittimismo dell’uomo bianco si sentiranno ancora più danneggiati (purtroppo no).

Prendendo a cuore l’assioma femminista “il personale è politico”, cosa dobbiamo fare, dunque? Come posizione è importante tanto quanto la negazione del posizionamento strutturale che fomenta gran parte del vetriolo, così come la scelta meno aggressiva ma più pervasiva da parte dei bianchi del giocare sulla difensiva. Come faccio io, una bianca (haole), borghese, lesbica a insegnare in modi responsabili e autorevoli in questo contesto? E come potrebbero quei metodi essere adeguati ai diversi luoghi dove potrei insegnare (Hawaii, il New England, la West Coast, il Sud)? Guardando oltre l’8 Novembre, come rispondiamo alla logica inversa che trasforma i perpetratori della violenza, e coloro che beneficiano della violenza di Stato, in vittime? Anche se probabilmente non potrò raggiungere i sostenitori più oltranzisti di Trump, che dire di quegli haole disgustati da Trump, ma sulla difensiva riguardo la loro stessa natura di haole? E come potrei connettermi con i miei studenti bianchi maschi del Sud abituati a pensare in bianco e nero (razza, genere) che hanno aiutato a nascondere il loro privilegio, ma sono anche sensibili alle differenze di cultura regionali? Come rendiamo visibili le profonde, vere e attuali violenze di razzismo, colonialismo, classismo, misoginia…? Come faccio spazio per “fa male” e come contribuisco a fermare il danno?

Penso che l’assioma femminista contenga almeno parte della risposta. Spero di continuare a trovare modi di renderlo personale – di raccontare le mie storie di privilegio/oppressione/solidarietà, per incoraggiare gli altri a condividere le loro esperienze vissute, di mostrare, non raccontare, e di ascoltare. Quando siamo reali gli uni con gli altri, quando condividiamo il punto in cui fa male, formiamo empatia. Non è niente di nuovo per gli enti organizzativi e le pedagogie progressiste (le piattaforme di Showing Up for Racial Justice, BlackLivesMatter e IdleNoMore enfatizzano tutte sul costruire empatia e/o alleanza). Imparare come muoversi sul sentiero dell’anti-razzismo de-coloniale bianco è un viaggio, uno che deve sempre essere attento alla gente e al luogo. Imparare come essere un haole in modo differente e un processo particolareggiato, una corrente in un mare più grande. Trump può aiutarci su entrambi i fronti, quello generale e quello specifico/localizzato. Spinge chi fra di noi è bianco/haole a fare di meglio. Per rendere manifesta la nostra mancanza di identificazione con lui e con l’haole definitivo che rappresenta, dobbiamo costruire modelli alternativi di modi di essere e fare umili, compassionevoli e rispettosi. La narrativa del vittimismo dell’uomo bianco non è inevitabile, proprio come Trump non sarà per sempre.

Judy Rohrer è una teorista con esperienza in svariati campi che anima uno studio critico interdisciplinare: studi femministi, studi queer, studi indigeni, teoria critica della razza, studi critici etnici e studi sulla disabilità. È cresciuta nelle Hawaii e ha guadagnato il suo master e il suo dottorato di ricerca in Scienze Politiche all’Università di Hawaii a Mānoa. Il suo ultimo libro è Staking Claim: Settler Colonialism and Racialization in Hawaii (The University of Arizona Press, 2016).

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