Due facce dell’America di oggi

Negli ultimi tempi ho recuperato la mia relazione travagliata con i racconti, grazie ad un nutrito gruppo di scrittrici -prime fra tutte Shirley Jackson e Angela Carter– cui mi sento di essere particolarmente grata. Due tra queste, nate negli anni settanta e americane, hanno messo a segno narrazioni che esplorano il presente mettendo in luce intersezioni tra genere classe e razza, dandomi la misura di quanto i racconti possano essere “una forma di ricerca profonda, di evoluzione linguistica, di studio“.

rivka-galchenEinaudi ha da poco pubblicato una raccolta di racconti di Rivka Galchen, canadese classe 1976 che si era imposta  all’attenzione oltreoceano anni fa con un romanzo dal titolo Atmospheric Disturbances, in cui la scrittrice utilizzava un escamotage narrativo per affrontare un discorso sulla natura dell’amore e della sua perdita, attraverso il punto di vista di un uomo che crede che sua moglie sia stata sostituita da una replica di se stessa.
Nella raccolta Innovazioni Americane,  Galchen continua a 00001stupire, ma questa volta attraverso storie di giovani donne che hanno una certa difficoltà a mettere assieme pezzi di corpo e psiche. A partire da banali accadimenti di vita quotidiana, la scrittrice fa esplorare alle sue protagoniste quello che Nina Berberova ne Il giunco mormorante aveva chiamato la no man’s land, quello spazio di nessuno che ci appartiene senza riserve e in cui, le protagoniste di questi racconti –  invece che ritrovare se stesse e vivere in autenticità – rischiano di arrivare a chiedersi “questa non sono io” e a  perdersi nella complessità di evoluzioni mentali che fanno traballare ancora più incerte nell’esistenza. <<Sono una donna piuttosto normale, forse addirittura estremamente normale. Soprattutto adesso, che ho appena passato i trentacinque e che mi aspettano anni tra i più normali che ci siano>> dice la personaggia che chiude la raccolta e che si ritrova, nell’ora delle streghe, ad assistere allo strambo spettacolo di tutte le sue cose che volano via << La sfilata delle mie cose; quasi quasi mi piaceva. Mentre la mia vita se ne andava, non la odiai.>>

«Forse lo siamo tutti reclusi? Nelle nostre vite, nelle nostre abitudini, nelle nostre relazioni?» si chiede invece  Trish, quando torna a casa e si accorge che il marito se n’è andato portando con sé un bel poco di roba, ma lasciandole un figlio, e scoprendo inoltre di essere l’unica ad ignorare l’esistenza del sito dal titolo Non-sopporto-mia-moglie-punto-blogspot-punto-com che il marito aveva creato. «Il tradimento stava diventando la cifra di ogni cosa» pensa Trish.

Le protagoniste dei racconti di Galchen paiono imbrigliate nelle maglie di accadimenti esteriori ed interiori di cui chiedono conto a se stesse, senza riuscire a venirne fuori, ma lasciandosi per lo più  nel dubbio e nell’incertezza. Cosa, questa, che permette alla scrittrice di affrontare problemi di classe e genere che permeano la vita di molte giovani donne, le quali oggi si ritrovano a cercare di stare in equilibrio  sul filo di precarietà materiali ed esistenziali.

Donne esitanti, perse nei loro pensieri disturbanti, che a volte vivono situazioni surreali e a volte oniriche, rivelando spazi che fanno intravedere  vuoti esistenziale che si fatica a colmare. I dettagli insignificanti di una transazione familiare svelano una relazione dolorosa tra madre e figlia:«La madre disse che la figlia aveva sempre fatto esattamente quel che voleva lei (la figlia), che era pigra, e che le donne che non hanno figli cominciano a bere e si rovinano la linea. La figlia aveva trentatre anni.»

Ma è nel racconto omonimo della raccolta che la protagonista entra in contatto con una parte di sé, in maniera tanto inverosimile quanto necessaria, attraverso un intramontabile espediente gogoliano:«Se non si è preparati a incassare quel che hanno da dirti è meglio evitarli, gli specchi, e credo che negare su una cosa tanto futilmente devastante come l’aspetto sia, dal punto di vista sociale, più costruttivo che abbattersi. Non che in me ci sia qualcosa di particolare che non va, dico in generale.[…]Quello specchio mi disse che in basso, sul lato destro della mia schiena, c’era un notevole bozzo. Un rigonfiamento anomalo dal punto di vista anatomico, eppure stranamente familiare.» Così come nel paese delle meraviglie di Lewis Carrol, le personagge paiono dirsi «Non posso spiegarmi , temo , signore» disse Alice «perché non sono io , si vede.».


ZZ Packer 2ZZ Packer
mi ha letteralmente stregata. Nata a Chicago nel 1973, con la sua raccolta di racconti Bere caffè da un’altra parte è stata accolta e riconosciuta come una vera e propria rivelazione. Le sue storie, come la sua scrittura dalla grande potenza espressiva, sono piene di autenticità e in esse scorre sotterraneo il dolore così come le consapevolezze raggiunte e maturate a costo di esperienze non facili. A prendere parola, in questi racconti, sono giovani donne afroamericane, a manifesto contro l’invisibilità. Ma Packer non fa sconti a nessuna/o e le intersezioni imprescindibili sono di genere classe  e razza.

Così, un gruppo di coccinelle scout nere si trova ad inventarsi una zzbattaglia sbagliata contro chi è ancora più emarginata e penalizzata di loro. Al tempo stesso la scrittrice indaga le dinamiche per nulla lisce di quel branco di ragazzine in relazione tra loro << Se le ragazze della nostra squadriglia fossero state un metallo, al massimo avrebbero potuto essere pellicola di alluminio appallottolata, oppure quei chiodi di ferro arrugginiti per cui bisognava vaccinarsi contro il tetano>>, ma anche la loro relazione con gli adulti e le lezioni di vita con cui vengono cresciute da genitori cui riconoscono limiti: << Ci avevano insegnato che la vita degli adulti era lacrime e dolore, tasse e bollette, lavori odiosi e patti con i bianchi, malattia e morte.[…]In quel momento capii cosa aveva voluto dire e perché l’aveva fatto, per quanto non mi piacesse. Quando ti hanno fatto del male per tanto tempo, cogli al colo l’occasione di farne ad altri a tua volta>>

Il bigottismo religioso è puntato anch’ esso, per cui se per la caposquadra scout la Bibbia diventa <<Basta Imparare Bene Basilari Istruzioni Assolutrici>>, esemplare è il secondo racconto Ogni lingua renderà gloria a Dio in cui un pastore rivestito dell’Armatura di Dio e la Corazza della Rettitudine insinua a tradimento le dita nella vagina di Clareese, salvo ritrarle disgustato  piene di sangue delle sue mestruazioni. Ma anche  i limiti stessi della protagonista, che avrebbe anche potuto perdonare il pastore <<perché avrebbe compreso la necessità di un uomo celibe, ma non riuscì a sopportare il modo in cui fu ignorata>> e si intestardisce in una sfida missionaria che la vedrà capitolare con riluttanza, con un paziente assurdo di cui è infermiera nell’ospedale dove lavora.

<<Sorella. Non sei tenuta a fare questo gioco. In quanto persona di colore, non sei tenuta a far parte di alcun sistema bianco e patriarcale>> viene accolta così a Yale la protagonista dello splendido racconto che da’ il titolo al libro. Dina aveva imparato da tempo a non far parola della Baltimora in cui viveva dove <<Era permesso leggere i libri di scuola, questo sì. M qualunque altra cosa era antisociale. Voleva dire che preferivi sottometterti alle parole di qualche bianco invece che fare due chiacchiere con i vicini>>.I neri di Yale invece non li capisce, cercano in tutti i modi di nascondere il fatto di aver frequentato scuole bene a New York <<E c’era qualcosa di pietoso nel loro apparire tanto fichi>>.Dina preferisce la misantropia, fino a che non bussa alla sua porta Heidi, una ragazza bianca e canadese che riesce a poco a poco a strapparla dal senso di solitudine assoluta, a dispetto della comunità nera del campus che prende la sua unica frequentazione come un tradimento e a dispetto di se stessa. Ma ci si mette di mezzo l’amore, l’orgoglio, l’abitudine a reprimere sentimenti ma soprattutto l’abitudine a  fingere,  costruendo castelli di carta attorno se stesse come meccanismo di sopravvivenza. Finzioni che pure permettono di sopravvivere, ma forse non di non andare proprio da nessuna parte.

<<Ricordai la mattina del funerale di mia madre. Mi avevano dato del latte per calmarmi la nausea; io avevo finto che fosse caffè. Mi ero immaginata di bermi un caffè da un’altra parte. In qualche paese di lingua araba in cui il caffè, denso e servito in tazze piccole, era così forte da tenerti sveglio per giorni>>.

Libro: Innovazioni Americane

Autrice: Rivka Galchen, traduzione: Anna Rusconi

Casa editrice: Einaudi, 2016

Libro: Bere caffè da un’altra parte

Autrice: Zz Packer; traduzione: Enrico Monti

Casa editrice: Isbn, 2006

Sotterraneo scorre qualcosa su cui mi intestardisco qui e altrove: quella vulnerabilità che è sempre bene riconoscere e di cui queste mie costituiscono una  parte assieme ad altro: Boy, Snow, Bird ; Vulnerabilità e banalità del male in Shirley Jackson, Toni Morrison, Anna Luisa Pignatelli e nei racconti di nonna Dora .

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