Il racconto dell’ancella

L’editrice La Scuola ha pubblicato un nuovo libro di Luisa Muraro dal titolo L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto. In un articolo apparso su La Stampa (il 23/03/16), Muraro dice <<L’idea di commissionare la confezione di una creaturina umana con un regolare contratto commerciale, non so se sia mai apparsa in qualche romanzo di fantascienza per descrivere gli usi e costumi di una civiltà aliena. Sicuramente è apparsa sul pianeta Terra. Non come una fantasia, ma come una pratica garantita dalla tecnoscienza e dal diritto commerciale[…]>>. Il collegamento immediato che ho fatto leggendo queste parole è stato con Margaret Atwood, che ho conosciuto solo di recente seguendo un  suggerimento. Il racconto dell’ancella, scritto da Atwood nel 1985, è un romanzo distopico che mette sotto la lente d’ingrandimento alcuni aspetti politici culturali della società estremizzandone la possibile portata, per smascherarli e lanciare un monito: mai abbassare la guardia, mai essere indifferenti, i diritti che crediamo definitivamente acquisiti potrebbero sfuggirci come sabbia tra le dita molto facilmente, senza possibilità di accorgercene se non a cose fatte. La scrittrice stessa, nella stesura della storia, si era data la regola di  non includere nulla che gli esseri umani non avessero già fatto in qualche luogo e in qualche tempo, per non essere accusata di mettere in cattiva luce il potenziale umano in comportamenti deplorevoli, per cui dall’abbigliamento specifico a seconda della divisione in caste ai bambini rapiti dal regime, dalle impiccagioni pubbliche alle gravidanze forzate con l’appropriazione dei nuovi nati, “tutto è già accaduto e documentato nella società occidentale ed entro la tradizione cristiana stessa(scrive Atwood).

Introducendo un discorso più ampio a partire da questo libro, Simonetta Spinelli scrive in

https://simonettaspinelli2013.wordpress.com/2015/11/22/distopie-profetiche/

<<le giovani generazioni ignorano che fra gli anni Settanta e Ottanta si è verificato un moltiplicarsi di donne che hanno rivisitato la fantascienza, rendendola uno strumento di comunicazione al femminile e travasando il pensiero femminista nelle loro opere>> . Seppure non possa essere inclusa propriamente tra le giovani generazione, credo comunque di essere colpevole verso me stessa per questa mancanza cui dovrò porre rimedio.

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Nella neonata repubblica di Galaad  le dimore hanno mantenuto facciate alto borghesi dell’America pre-galaadiana con giardini fioriti e prati curati, le strade sono pulite e presidiate dai Custodi, tutta la popolazione è sorvegliata costantemente dagli Occhi -la polizia segreta – ma soprattutto c’è il Muro che un tempo era l’università e oggi è il teatro delle Rigenerazioni, durante le quali vengono messi a penzolare i cadaveri di coloro che prima del regime hanno attuato pratiche proibite come l’aborto. Dove sia il confine non è dato saperlo, ma potrebbe essere quasi rassicurante sapere che- in quel pezzo d’America devastata dall’inquinamento e dalle radiazioni chimiche- la guerra è bandita e  se ne ha notizia solamente attraverso ciò che viene trasmesso in televisione.

Con un lungo e pesante abito, un velo ed un copricapo monacale con alette che fungono da paraocchi e attraverso cui vede il mondo a piccoli assaggi, dell’Ancella della quale leggiamo la narrazione non sapremo mai il nome. Sappiamo solo quello che le è stato dato temporaneamente: Difred, cioè appartenente a Fred. Ogni Ancella infatti, a Galaad, perde il proprio nome per assumerne uno nuovo che attesta il suo essere proprietà di uno dei Comandanti. Le Ancelle  non possono muoversi da sole, così come  in tribunale non è ammessa la testimonianza di una sola donna ma la sua parola deve essere confermata da almeno un’altra donna, e leggere e scrivere è proibito tranne che per rare eccezioni. Pagina dopo pagina, Difred racconta il suo mondo e la sua vita com’era prima e com’è dopo l’instaurarsi di un regime, insediatosi subdolamente con la scusa della necessità di proteggere  cittadini e cittadine. Neanche a dirlo, il regime è fondato sul ritorno ai valori tradizionali   e basato su una rigida divisione in classi, dove le Mogli sono vestite  di azzurro e godono dei maggiori privilegi assieme alle Figlie, le Marte sono vestite di verde e hanno il ruolo di governanti e domestiche, le Zie cui viene attribuito il bianco sono perfide istitutrici, le Nondonne sono le reiette destinate alle Colonie dove avranno vita breve in mezzo ai rifiuti tossici e le Ancelle sono vestite di rosso, il colore del sangue e marchio di vergogna. Le Ancelle esistono per scopi di procreazione, non sono concubine, non sono geishe e neppure cortigiane.

A Galaad si registra un crollo demografico e la sterilità della maggior parte delle donne (gli uomini per legge non possono essere sterili),le Ancelle sono giovani donne che possiedono il dono ormai rarissimo della fertilità, un dono che viene messo a frutto delle classi privilegiate: ogni mese Difred deve accoppiarsi con il  Comandante cui è stata assegnata attraverso una cerimonia pubblica che attesta inequivocabilmente il suo essere nient’altro che un contenitore. Nel giorno stabilito Difred, nuda dalla cintola in giù, giace nel letto dei coniugi  tra le gambe della Moglie che le tiene le braccia alzate e le stritola le mani, a significare che è la Moglie ad avere il controllo della processo così come lo sarà del prodotto, mentre il Comandante la penetra. <<Rachele, vedendo che non poteva partorire figli a Giacobbe, divenne gelosa della sorella e disse a Giacobbe: «Dammi dei figli, se no io muoio!». Giacobbe si adirò contro Rachele e disse: «Tengo forse io il posto di Dio, il quale ti ha negato il frutto del grembo?».  Allora essa rispose: «Ecco la mia serva Bilha. Entra da lei e lei partorirà sulle mie ginocchia, così anch’io potrò avere figli per mezzo di lei» Questo è il passo della Genesi che legge il Comandante prima dell’accoppiamento. Quando un’Ancella partorisce, anche in questo caso si tratta di una vera e propria cerimonia pubblica in cui la Moglie siede sopra lo scranno della partoriente in attesa dell’espulsione del bambino e  sarà proprio la Moglie ad essere adagiata sul letto col neonato. A quel punto l’Ancella potrà essere assegnata ad un altro Comandante ma comunque avrà una ricompensa: non verrà mai inviata nelle Colonie e non verrà mai dichiarata Nondonna, l’onta più grande. La Moglie sterile si appropria così simbolicamente della maternità utilizzando il corpo dell’altra, di un’altra che è stata privata di diritti,  del nome, che è stata reclusa in un ambiente ostile dove viene tenuta a distanza.

<< Ero solita pensare al mio corpo come a un veicolo di piacere, ad un mezzo per spostarmi da un luogo all’altro o uno strumento per compiere la mia volontà. Potevo usarlo per correre, premere pulsanti di qualsiasi tipo, per far sì che succedesse quello che mi era necessario. C’erano limiti, ma il corpo era, ciò nondimeno, agile, leale, solido, tutt’uno con me. Adesso la carne si dispone in modo diverso. Sono una nube congelata attorno a un oggetto centrale, in forma di pera, duro e reale più di me stessa e che riluce di rosso entro il suo diafano involucro.>> racconta Difred rischiando di infrangere quel muro di freddezza che le serve solamente a contenere una folle disperazione. Difred è stata strappata ad una vita in cui si era felice senza saperlo, in cui ogni piccolo gesto di vita quotidiana diventa prezioso nel ricordo e tenta di sopravvivere al dolore più grande cioè ad una figlia che le è stata sottratta brutalmente con la scusa dell’indegnità materna, allo scopo di darla in adozione a qualcuna privilegiata. Difred pensa al marito su cui pesa l’ombra del dubbio (in cuor suo si era sentito sollevato delle nuove leggi che limitavano le donne trasformandole in minus habens alla mercè dei mariti?) ;  a Moira l’irriverente e libera amica dell’università; ma soprattutto alla madre, sanguigna attivista femminista che attraversava le strade durante le manifestazioni con i cartelli recanti scritte come RIPRENDIAMOCI LA NOTTE oppure OGNI FIGLIO UN FIGLIO DESIDERATO. <<Non sapete quante ne abbiamo passate per portarvi dove siete>> dice ma la mamma a Difred, e lei sentendosi al sicuro quasi la canzona (come potrebbero fare oggi le nostre figlie) ignara del futuro che la vedrà diventare involucro del sistema politico vigente.

<< Per le generazioni che verranno, diceva Zia Lydia, sarà molto meglio. Le donne vivranno insieme in armonia, tutte in un’unica famiglia, voi sarete per loro come figlie e quando il livello della popolazione sarà di nuovo salito, non sarete più costrette a trasferirvi da una casa all’altra, il vuoto sarà colmato. Ci potranno essere legami di vero affetto, diceva, strizzano l’occhio con aria complice. Le donne si uniranno per un fine comune!>>

 << Mamma, penso ovunque tu possa essere, mi senti? Tu volevi una cultura delle donne. Bene, eccotene una. Non è ciò che intendevi, ma esiste. Accontentati di questa piccola gratificazione inattesa>> Questa l’amara conclusione dell’Ancella,  la inaspettata cultura delle donne cui si è arrivate, con le donne  che fanno da complici aguzzine.

Quanto è lontano, oggi, questo libro dall’essere una profezia e non una  paranoica, tormentata e visionaria scrittura fine a se stessa? A Galaad si agisce in nome della democrazia per abolire la democrazia, si passa attraverso le sacre scritture per giustificare repressioni, omicidi e sottomissioni, le classi dominanti sono sempre in grado di soddisfare i propri desideri a discapito di chi non vi appartiene, il potere si adatta ai tempi utilizzando argomenti popolari e di successo che come un boomerang si ritorcono contro alcune classi di donne: se da una parte si fa leva sulla morale, sulla difesa della vita e sulla sicurezza, dall’altra si fa appello alla libertà e al diritto delle donne alla maternità. L’obiettivo è il controllo della riproduzione: che sia l’aborto, che siano le sterilizzazioni con la legatura delle tube, che siano le gravidanze forzate per soddisfare desideri altrui, quella sottaciuta è sempre la  logica millenaria e patriarcale del controllo e della gestione dei corpi delle donne. Quanto facciamo fatto tesoro, oggi, della storia delle donne che ci hanno precedute? Quanta corrispondenza di amorosi sensi c’è tra noi e loro? Quanto ci allontaniamo dall’idea che loro si sono fatte di noi, dalle loro aspettative e quanto loro sono distanti dalla nostra comprensione e dal nostro modo di metterci in relazione? Quanto coraggio ci è rimasto per affrontare le sfide che il mondo  impone? Verso quale stadio di disintegrazione ci stiamo avviando e con quanta capacità di provare sentimenti e interesse?Con quanta indolenza e inconsapevolezza lo stiamo affrontando, il mondo, incuranti e convinte che nulla potrà scalfire il recinto del nostro piccolo orticello e che il cambiamento sarà sempre per il meglio? Ma il meglio di chi? La storia non ci insegna che il meglio equivale sempre al peggio per qualcuna? Quanti modi di vivere mettendo la testa sotto la sabbia ci sono? La confusione, di questi tempi, mi pare tale da non avere la benché minima risposta a nessuna di queste domande.

<< Partecipando al movimento femminista mi sono resa conto che la produzione di esseri umani è il fondamento di ogni sistema economico e politico >> Silvia Federici , Il punto zero della rivoluzione – Lavoro domestico, riproduzione e lotta femminista, ombre corte, 2014

https://simonettaspinelli2013.wordpress.com/articoli-dwf/del-sesso-e-di-altre-aliene-quotidianita/

https://suddegenere.wordpress.com/2016/03/02/il-patriarcato-e-morto-viva-il-patriarcato/

https://suddegenere.wordpress.com/2011/01/10/memento/

https://suddegenere.wordpress.com/2016/03/16/a-giocare-con-la-b-c/

 

9 comments

  1. “Vivevamo, come al solito, ignorando. Ignorare non è come non sapere, ti ci devi mettere di buona volontà. Nulla muta istantaneamente: in una vasca da bagno che si riscaldi gradatamente moriresti bollito senza nemmeno accorgertene… Le storie dei giornali erano come sogni per noi, brutti sogni sognati da altri. Che cose orribili, dicevamo, e lo erano, ma erano orribili senza essere credibili. Erano troppo melodrammatiche, avevano una dimensione che non era la dimensione della nostra vita. Noi eravamo la gente di cui non si parlava nei giornali. Vivevamo nei vuoti spazi bianchi ai margini dei fogli e questo ci dava più libertà. Vivevamo negli interstizi tra le storie altrui.”

  2. Il cambiamento storico non è sempre per il meglio. E’ un’ovvietà. Ma è un’ovvietà così disturbante che preferiamo ignorarla. Ma le cose non cambiano da sole. Che il nuovo ordine mondiale preferisca, tra l’altro, il ritorno all’asservimento delle donne, in tante nuove forme, compreso l’arruolamento di nuove schiave radiose, non è evenienza ineluttabile. Coraggio.

    • “schiava radiosa” è una definizione usata per etichettare chi fa volentieri cose che noi (legittimamente) non vogliamo fare e non vorremmo mai fare, e non mi convince

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