#liberediamare

l’AIED  di Roma e Cocoon Projects hanno lanciato un contest : #Giovani #Liberidiamare “che coinvolge direttamente i ragazzi di tutta Italia e li invita a presentare progetti creativi e innovativi per promuovere efficacemente una sessualità consapevole e felice, basata su una cultura di prevenzione e salute.”Sul sito, tra le altre cose, leggo che (in Italia) “aumentano i casi di malattie sessualmente trasmissibili, gravidanze indesiderate, rapporti vissuti con superficialità e violenza, omofobia, mancanza di rispetto”.

Allora mi viene in mente un racconto letto qualche settimana fa  e pubblicato su Medium  di Sophia Katz,  scrittrice e artista  canadese appena ventenne : We Don’t Have to Do Anything, in cui la giovane donna parla di stupro e dell’ abuso sessuale sperimentati su se stessa, di recente, da parte di  un uomo cui dà un nome fittizio ma che è stato riconosciuto (con nome e cognome) da alcuni come un noto, e giovane anch’egli, editore della comunità letteraria di New York. 

Sophia Katz racconta  quello che le è accaduto, senza temere di escludere dal racconto alcune voci scomode, come l’uso della droga e degli alcolici o l’aver  accettato ospitalità da un soggetto quasi sconosciuto, cosa che certamente spingerà  alcune ed alcuni a considerarla co-responsabile, se non responsabile, di quanto le è accaduto, colpevolizzandola. Esattamente come Anne Thériault spiega essere successo, nel suo bell’articolo Safety Tips for Sophia Katz : perché “avrebbe dovuto sapere che se un uomo offre ospitalità a una donna, il non detto che si cela è che si aspetta di certo che andrà a letto con lui”; “se una donna non vuole essere stuprata, allora non deve accettare alcol o droghe da un uomo”; ” se una donna è stuprata da uno scrittore rispettato, qualunque ripercussione negativa ella potrà temere non si fermerà mai dal fuggire immediatamente dal suo appartamento”.

Non è stata minimamente colpa della giovane Sophia Katz se è stata stuprata, così come non è colpa o responsabilità di nessuna donna al mondo che viene stuprata, in qualunque modo si vesta, qualunque  opportunità voglia cogliere di viaggiare, uscire da sola, conoscere gente, bere alcolici (e farsi le canne).

<<Se Stan fosse il patron di un museo e io un’opera d’arte gli verrebbe chiesto di andarsene immediatamente, se Stan fosse un uomo di circa vent’anni e io una donna di circa vent’anni, mi piacerebbe pensare che non gli dovrei lasciar reclamare il mio corpo come sua proprietà. Ma la realtà è che l’ho fatto>> scrive Sophia Katz. E’ la cultura dello stupro ad essere insidiosa e perversa che porta a banalizzare gli stati emotivi delle donne, a valutarne l’attendibilità e a cercarne il discredito e a colpevolizzare anzichè tentare di focalizzare l’attenzione sull’uomo che non si ferma se “dico no”. E’ proprio questa cultura che, giorno dopo giorno, ci ritroviamo ancora e ancora a dover contrastare. Vi lascio alla lettura.

We Don’t Have To Do Anything di Sophia Katz, trad. di Andrea Morgione:

<<Quando ho preso la decisione di fare un viaggio di una settimana a New York, era la prima volta che “prendevo le redini” costringendomi a capire come esistere in un altro paese. Non conoscevo nessuno bene abbastanza da potergli chiedere se potevo stare in casa sua e non avevo abbastanza soldi per stare in un hotel, così la mia strategia era quella di “andare a naso” nelle prime fasi della pianificazione. Feci un bagaglio leggero nel caso mi fossi dovuta spostare di frequente. Il problema di dove stare cessò di esistere dopo che Stan, uno scrittore ed editore di New York, cominciò a contattarmi.Stan mi invitò a stare da lui dopo che [continua a leggere qui, in italiano […] ]>>

qui in lingua originale su Medium: https://medium.com/human-parts/we-dont-have-to-do-anything-9148a953f39d

avanguardiafotofonte

 

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