arte e sessismo

In tutta sincerità, la satira che Virginia Raffaele ha fatto della ministra Boschi non mi è parsa affatto “sessista”, al contrario mi è sembrata una divertente presa in giro dell’inconsistenza del suo lavoro istituzionale e dei suoi proclami di parte.Mi è sembrata stucchevole e noiosa la questione nazionale che ne è seguita, nonchè i numerosi commenti da garanti del buoncostume (e i commenti disgustosi e sessisti fioriti in risposta). Non dovrei (ma a quanto pare è necessario) sottolineare che ciascuna è libera di scegliere cosa diavolo indossare e che amo i tacchi alti quanto gli scarponcini, salvo ovviamente sentirmi libera di farmi due sane risate quando vedo in giro roba del genere (ma il gusto è qualcosa di personale, si dice). 

Come scrive su un social network Ida Dominijanni, credo che quella di V. Raffaele sia  << una satira femminile, fatta con leggerezza da una donna su altre donne. Casomai il dato nuovo è questo, ma nessuno lo vede, perché l’oggetto della satira oscura completamente l’autrice, che è anche lei una donna, faccio presente. E forse in questo oscuramento sì, un pizzico di sessismo c’è.>> A questo proposito, mi viene in mente  un libro sul quale ritorno spesso (perché nutro nei suoi confronti un sentimento controverso – non riesco mai chiaramente a capire se, in certi punti, sono più d’accordo con Krauss o con S.R.Suleiman- ed è uno dei più complessi e affascinanti che abbia mai scovato):

<< L’idea che la specificità di genere del soggetto autoriale o, piuttosto, la certezza che il sesso divida necessariamente gli autori in tal modo che l’unica possibilità, per le artiste, di condividere una medesima visione con gli artisti è quella di attuare o un rovesciamento dello sguardo maschile o una sua ironica e distanziante “imitazione”- in cui l’atto del rifare è consapevolmente compiuto come atto apotropaico – è quanto desidero contestare come premessa a questo libro. Perché riguardo al Surrealismo, e più specificatamente nel caso della pratica fotografica, credo che alcuni dei lavori più emblematici del movimento – più emblematici nel senso di più rappresentativi e più forti – furono fatti da artiste.

[…] Ho introdotto questo parallelo non solo per mostrare quanto compiutamente Dora Maar partecipi ai vari tropi, visivi e psicologici, messi in atto dai suoi colleghi ma anche per sfidare l’automatismo interpretativo che etichetterebbe questo tipo di lavoro – con il suo alludere alla mantide, la Medusa, e tutto il carico d’ansia di castrazione di cui è latore – come un’opera misogina. L’attacco all’ego maschile – alla sua integrità, alla sua forza, al suo centro stabile – è il compito della Medusa che, agendo contro la corazza della psiche dell’uomo, lavora per mandarla in frantumi. Allearsi con la Medusa, dunque, non rappresenta un attacco contro le donne, ma l’assalto a colui che osserva, che si suppone sia uomo, e un riconoscimento di tutte le fantasie nate dalle peggiori paure maschili>> Rosalind Krauss, Celibi, Codice ed. 2004 trad. di Elena Volpato

2014-03-09 19.20.51Dora Maar, senza titolo, ca.1936. Stampa ai sali d’argento pag. 24 di Celibi, R.Krauss

ps Ovviamente qualcuna/o dirà che non sono una “vera femminista”.  Riuscirò a sopravvivere a ciò.

2 comments

  1. scarpedemmerda è un must😀 !!!ad ogni modo, anche ‘sta cosa di tirare in ballo il sessismo in mancanza di argomenti, come dici tu, è segno dell’imbarbarimento imbarazzante del posto in cui viviamo ed è una cosa proprio triste……echepizza!

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