cittadine o clandestine?

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Qualche giorno fa ho recuperato la trascrizione autorizzata di una discussione pubblica  avvenuta (principalmente) tra Emma Baeri e Renate Siebert, durante un corso della SIS, nel 2010. Il confronto tra le due è molto interessante e contiene spunti di grande attualità, che vorrei condividere con voi. Il documento è lungo, ma consiglio di leggerlo integralmente: 

Nuove parole, nuovi metodi. Questioni di cittadinanza – Bacoli (Na) 27 marzo – 1 aprile 2000 La cittadinanza: questioni aperte di Emma Baeri e Renate Siebert

 

<< Renate S. : Tu, Emma, hai lavorato tantissimo su questo tema, sui processi di interiorizzazione tipici per gli uomini e tipici per le donne, sull’immaginario, sulla materialità, la corporeità dei diritti. Ti chiedo come possiamo inventare nuovi immaginari, ad esempio, rispetto all’inviolabilità del corpo femminile, e come possano essere interiorizzati. Sono processi molto complicati che non nascono a tavolino, possiamo abbozzarne il piano problematico, ma non possiamo deciderne a freddo le soluzioni.

È un tema molto sfuggente, demandato anche, io credo, a chi insegna perché i ragazzi imparino presto che l’inviolabilità del corpo femminile è una questione centrale per la cittadinanza. Ci sono poi tanti altri aspetti riguardo al problema della violenza. Ci sono situazioni in cui i bambini imparano presto – perché vivono in situazioni disagiate – che l’aggressività verso l’esterno è gratificante, perché non a tutti la scuola insegna a sublimare tali pulsioni, a tradurle in altro, come ci insegna la psicanalisi. Nell’immaginario degli uomini rispetto alle donne e viceversa, nei processi di interiorizzazione delle immagini e nei processi di sublimazione c’è molto del futuro della nostra cittadinanza.>>

<< Emma B. : Per me il rapporto con la cittadinanza è legato al corpo. La cittadinanza che io vivo adesso è per me come un vestito stretto. Su “Lapis” scrissi una volta una piccola cosa che si chiamava Abito – abitudine – abitare: era una riflessione sulla radice semantica. Mi sono abituata a vivere con un abito scomodo, la cittadinanza ereditata, quella che si presenta sempre con vaghe caratteristiche a cui cerchiamo di assegnare altri significati. La mia ricerca sulla cittadinanza è come il desiderio di un vestito di maglia, che prenda le forme del mio corpo e che mi dia agio.

Il vestito scomodo della cittadinanza appartiene alla tradizione maschile della riflessione politica, rispetto alla quale io mi sento contemporaneamente erede ed estranea. Ai tanti aggettivi con cui in questi ultimi anni di riflessione abbiamo qualificato la cittadinanza femminile, “asimmetrica”, “incompiuta”, “disuguale”, mi viene da aggiungere “difforme”, cioè non adeguata al mio corpo, e non intendo ciò in maniera essenzialista o biologista. In questa difformità la violabilità sessuale e la violabilità culturale, due dolori della cittadinanza, sono dipendenti l’una dall’altra.

Lo stupro si muove, nell’esperienza di noi donne, tra un immaginario di violenza che abbiamo ereditato ed una immaginazione di giustizia nuova>>

 Le parole contenute nel documento, a mio parere, sono un gesto d’amore.

 ps  il documento si trova su: http://www.italia-liberazione.it. Ho conosciuto Emma Baeri la scorsa primavera, in occasione del convengo I sud, le mafie: le donne si raccontano. Mi è piaciuta molto, non solo per quello che diceva, ma anche perché mi è parsa una donna sorridente e gioiosa ( ed io ho un debole per questo genere di persone).Renate Siebert invece non l’ho mai conosciuta, ma ho letto veramente tante cose scritte da lei e su questo blog ne potrete trovare traccia.

2 comments

  1. […] Emma Baeri diceva  <<Questo è il nesso tra la violabilità sessuale, che persiste come questione femminile e non maschile, e la violabilità culturale che da questa discende, presente nei libri e nei mass-media, secondo cui le donne sono rappresentate come soggetti permeabili rispetto alla possibilità di modificare il loro statuto dei diritti, a partire dalla loro fragilità fisica. […]

  2. […] <<Lo stupro si muove, nell’esperienza di noi donne, tra un immaginario di violenza che abbiamo ereditato ed una immaginazione di giustizia nuova. Io ho fatto dei laboratori sulla violenza sessuale. Ho detto: “Sospendiamo per un attimo le regole del gioco democratico. Quale sarebbe la pena che attribuiresti ad uno che ti ha violentato? Libera l’immaginario!”. Ne è venuto fuori un elenco di pene di un’atrocità tale che dava la misura di come in fondo il corpo femminile violentato è un corpo prepolitico, nel senso che sta fuori della polis. La violenza avviene sempre all’interno di un’asimmetria di forza fisica e questo elemento rimanda ad una ferinità prepolitica per cui nelle risposte femminili sull’immaginario di violenza c’è una barbarie assolutamente, appunto, prepolitica. C’è poi, però, il bisogno di mettere in gioco la giustizia, attraverso l’immaginazione di una società senza violenza.>>Emma Baeri, La cittadinanza: questioni aperte (2000) […]

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