come il rizoma

 Maneggiare con cura. 

Una bellissima lettura di Ida Rende cui va prestata attenzione. Ritrovo in essa moltissimo del dibattito attuale tra femministe (forse, soprattutto tra quelle della stessa generazione). Pur partendo da contro versa, Ida rilancia, e come nel gioco dei 4 cantoni….come il rizoma…

Potete scaricare   il documento in PDF qui.

“ CONTRO VERSA. GENEALOGIE IMPREVISTE

 DI NATE NEGLI ANNI 70 E DINTORNI”

La lettura di un libro in movimento

 

 

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(da sx: Valentina Fedele, Carla Tempestoso, Ida Rende, Daniella Ceci)

Sono passati molti anni da allora, ma questo incontro mi riconduce in qualche modo a quel pensare in presenza che nel passato ha segnato il mio modo di vivere e di fare politica con altre donne. Allora leggere, studiare le scritture di donne significative del passato e del presente, e discuterne insieme, non era solo un incontro tra corpi, ma anche tra i corpi delle relazioni che ci segnavano e che ci portavamo dentro. Forse per questo, come dice Chiara Zamboni, la parola era, come oggi, sempre un pò come  improvvisata, nonostante gli appunti, a volte mancante, a volte eccedente, ma sempre si nutriva della reciproca fiducia.

Oggi per me il  parlare in presenza è anche riannodare ciò che è lontano con ciò che è vicino, pezzi significativi del mio passato con il presente. Nelle pagine di questo libro riaffiorano, inaspettati, tra la memoria e l’oblio, alcuni miei ricordi, come foglie e fiori conservati tra le pagine e inaspettatamente ritrovati. Sento il particolare profumo di ciò che è stato custodito e che re-siste al tempo.

Non so se è perchè siete nate “negli anni 70 e dintorni”, e, come dice Doriana nella presentazione,  nascevate proprio nel momento in cui “altre solcavano le piazze e si riunivano per l’autocoscienza, interpellando se stesse con la verticalità della prima volta, in Italia”. Non so se è perché io ho sentito i vostri vagiti e voi gli urli dei  miei slogan, ma, lo dico subito, trovo il vostro libro particolarmente bello.

Certo, mi piace per la motivazione che lo sottende. Nel testo, afferma sempre Doriana mentre lo presenta, le autrici vogliono interloquire con le proprie genealogie o quelle di riferimento, ripensare a quella trama di relazioni preziose tra donne di diverse generazioni, madri, sorelle, amiche, compagne incontrate sulle strade del femminismo e della politica delle donne.  Ma ciò che rende il  libro prezioso è, a mio parere, il come  questo interloquire avviene.

Le autrici usano la modalità del partire da sé, una pratica consolidata nel movimento delle donne negli anni 70 che, lungi dall’essere un mero esercizio solipsistico, va a scardinare l’opposizione tra individuale  e collettivo. Partire da sé è partire dai nostri desideri, dai nostri sentimenti e dalle nostre contraddizioni, e pertanto dalle relazioni che instauriamo con gli altri, dai legami che abbiamo con il mondo. Scrivere e parlare ‘partendo da sé’ significa scrivere e parlare del mondo in cui abitiamo.

Ma partire da dove se non dal nostro corpo? Da un corpo che non è in opposizione alla mente, da un corpo, dicevamo, sessuato e pensante. E, ancora, partire da sé è partire  da lì dove si è,  dalla vita quotidiana che ci vedeva confinate nel solo ruolo biologico, espulse dalla polis, e che per molte di noi era stretta nelle maglie di una doppia militanza e di una politica a cui non interessava la trasformazione della relazione tra generi, considerata semplicemente “una questione piccolo borghese”. Allora per prendere la parola è stato necessario partire proprio dal luogo originario della propria espropriazione, dal corpo, fare i conti con la sessualità, la maternità, questioni per noi tanto private quanto pubbliche, mettere in discussione l’idea di una economia solo ‘pubblica’, svelare che il lavoro di cura è lavoro ed è lavoro gratuito. Come ricorda e analizza  Lea Melandri in Amore e Violenza, il corpo, il desiderio, l’autocoscienza, la malattia, la sessualità erano per noi parole appartenenti a pieno titolo al lessico politico perché nella politica si spostava l’intera vita e perché soggetti politici non erano solo gli operai, ma anche i giovani, le donne, i marginali.

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(da sx: Denise Celentano, Giovanna Vingelli, Doriana Righini)

E, allora, come non sentire assonanza, pur nella diversità dei contesti e delle nostre storie, con il partire da sè delle autrici?

Nella mia esperienza, il partire da sé, il partire dal corpo, pur sentendone il richiamo, è lontano dalla ricerca di  una presunta identità originaria,  in quanto un corpo, mentre  porta dentro di sé  altri corpi, è,  sempre e comunque  “un corpo tra altri corpi”, come diceva Marian Chace, danzaterapeuta esperta del movimento dei corpi e della relazione tra individuale e collettivo. E’ nel gioco delle dislocazioni e dei posizionamenti tra corpi che il partire da sé non si svuota e non perde senso, diventa una pratica di trasformazione. Nell’alternanza del movimento e del posizionamento sentiamo la presenza, il peso del nostro corpo nel mondo, ne riconosciamo la fragilita’, incontriamo altri corpi, ne percepiamo le differenze. Il posizionamento richiede attenzione come ten-sione verso,  scelta della direzione,  l’esercizio alla distanza e alla vicinanza, la capacita’ di gestire  quel che nell’incontro non ci aggrada, il con-trasto, o l’inciampo, come lo chiamano le autrici, spazio in cui si delineano forme diverse e si ritrova un diverso posizionamento.

Il femminismo degli anni 70, nel mettere  in discussione il patriarcato e la stereotipata relazione tra femminile e maschile, la differenziazione originaria tra maschile e femminile, inciampava nella dolorosa consapevolezza del nostro stesso accomodamento ad una vita quotidiana che ci voleva assoggettate. Si avvertiva il bisogno di liberarsi da modelli e da illibertà interiorizzate attraverso un complesso processo di liberazione che richiedeva confronto, incontri e riflessioni  tra corpi simili, una danza di presenza/compresenza attraverso gli antichi giochi del rispecchiamento e della risonanza, senza la presenza del maschile, con cui altre e non facili danze si aprivano. La ricerca di spazi separati non esprimeva separatezza bensì il bisogno di ricercare una soggettività femminile ignorata dal mondo e da noi stesse.  

Anche le autrici in questo testo sono in movimento, si posizionano e ri-posizionano, danno consistenza al partire da sé che, come nei loro racconti,  “non ci fa trovare lì dove gli altri ci aspettano, nel posto ovvio, perché la sua traiettoria cambia, si muove, cerca” (Zamboni). Trovo Lucia Cardone e Ivana Pintadu in una ‘Collettiva Femminista’, a Sassari, a praticare con entusiasmo l’autocoscienza e a riconfermare il femminismo come processo di trasformazione delle proprie vite.

Trovo e mi lascio coinvolgere da Loredana De Vitis, autrice  dall’interessante blog  “io sono bellissima”, luogo in cui prendendo  distanza da quei  giochi estenuanti che privano dell’autenticità la relazione tra donne e uomini, ma anche tra donne,  si può curare l’ansia di perfezione.

Nel ritmo dolce dell’accoglienza e dell’ascolto le autrici danno valore alle donne venute prima di loro, donne in carne e ossa, maestre di pensiero, figure che dallo sfondo si stagliano e vanno ad abitare i paesaggi della narrazione. Sono “le  figure che restano”, come quella di Lea Garofalo, dice nel suo bel racconto Doriana Righini che attraverso la storia di Lea, di Denise e di Marisa, mette in luce, riprendendo il pensiero di Luisa Muraro, come sia la necessità ad insegnarci ad amare la madre, ad interloquire con la nostra genealogia. Riaffiora in me il ricordo di quanto la potenza del materno, le genealogie materne, fossero allora indispensabili per poter rifondare un ordine simbolico in cui potesse essere rappresentato non solo il maschile. Mantenere la memoria della propria madre, fa “arretrare la vittimizzazione” dice Alessandra Pigliaru quando ci racconta di Daniela, una delle personagge di Fausta Cialente,  fa attingere ad una sorta di “gioia generativa”.

Le autrici del libro sono pertanto consapevoli che saper amare la madre contribuisce a creare un ordine simbolico nel mondo, ma tutte, come nel gioco dei 4 cantoni, si dislocano e riposizionano, il ritmo si velocizza, e, nell’andare e venire,  tra distanza e vicinanza, tra allontanamento e riconoscenza, affermano “ogni generazione ha un suo modo di saper amare la madre”,  “l’ordine simbolico della madre non può essere punto di approdo” “solo così si può avviare un processo intergenerazionale”, “una storia che ho fatto mia ma da cui è necessario anche distanziarsi per scriverne una diversa che parli anche di me”.

Così di fronte all’inciampo con la  problematica dell’autorità della madre simbolica, non si tirano indietro. Avviene un’ulteriore posizionamento. Sono ridiscusse da Alessandra Pigliaru la categoria dell’autorità della madre simbolica, a cui, mi piace ricordare  si collegava la  pratica dell’affidamento, e la categoria della sorellanza, la condivisione tra donne della propria condizione materiale, della propria oppressione, la condivisione  della rivendicazione di diritti. Pur prospettando l’opportunità di una mediazione tra le due pratiche, alla fine, Alessandra Pigliaru individua nella sostituzione del riconoscimento con  l’attenzione quella svolta che libera dal riconoscimento di autorità verso la madre simbolica, un riconoscimento che spesso ha reso, dice Monia Andreani, “le figlie pietrificate”.

E attenzione chiede Angela Ammirati alle femministe storiche affinché si  misurino sul terreno della precarietà, della materialita’ della vita perché il partire da sè, il partire dal corpo delle nuove generazioni è il partire dai corpi stretti nei ritmi della precarietà e della flessibilità. La femminilizzazione del lavoro, considerata positiva  negli anni 90, dice Angela, oggi svela tutte le sue contraddizioni, i bassi salari delle migranti, la differenza salariale tra uomini e donne, l’annullamento dello stato sociale, lo sfruttamento sul lavoro e in famiglia. Allora,  “il femminismo deve recuperare la sua forza utopica che nasce proprio dalla sua capacità di rapportarsi alla realtà e di essere in essa radicata. …..La politica delle donne continua a dover essere inventata”…..Si tratta per la politica di mettere al centro la vita intera”.

Come non porre attenzione? Mi disloco, mi avvicino e condivido la necessità  di partire dalla vita materiale, consapevole che partire dalla vita materiale, ancora una volta, con forme e in contesti diversi, vuol dire partire dal corpo. Oggi dallo spostamento del confine tra soggetto e organizzazione del lavoro  dentro il carattere e la personalità dell’individuo. Oggi dal legame forte che si sta instaurando  tra corpo e processo produttivo e il cui collante è costituito da sessualità e socialità, al punto che i fattori di crescita sembra siano imputabili all’attivita’ umana, alla sua capacita’ comunicativa, relazionale, innovativa e creativa. Oggi dall’interrelazione tra processo di femminilizzazione e processo di cognitivizzazione. Oggi, ancora, dalla defemminilizzazione dell’emotività. Oggi da una cultura del corpo che corre i rischi della manipolazione mediatica, dell’implosione del narcisismo, della obesità consumistica, dell’attivismo iperprestativo o del ripiegamento depressivo.

Ed ecco che ora ad un punto di incrocio, li’, tra il partire da sé e la parrhesia, un punto di incrocio, ricordo, abilmente descritto da Angela Putino della comunità filosofica Diotima, trovo Giovanna Vingelli.  La pharresia è la libertà di parola, come diceva Platone, un dire franco nei rapporti con le istituzioni, che deriva dalla libertà di scegliere il proprio stile di vita o, come diceva Socrate, una relazione molto stretta tra la vita e il pensiero, tra ciò che si dice e ciò che si fa. Tra il personale e il politico, si diceva negli anni 70 quando si criticava la separazione tra pubblico e privato e si criticava la politica come categoria del pubblico separata dal privato.  La pharresia contempla l’essere in grado di dire la verità sulla propria vita, di esporsi in prima persona e di agire nel conflitto. Ridà valore ad uno dei significati più pregnanti e più spinosi della pratica del partire da sé, l’andare  a creare uno squilibrio rispetto al sapere costituito.

Le istituzioni universitarie, per Giovanna Vingelli, sono state una “finestra di opportunità”, ma le sue maglie sono molto strette:  è difficile produrre saperi, “spesso ci è consentito solo di organizzarli”. Il suo racconto mette in luce come sia complessa la trasmissione dei saperi in quanto si tratta di tenere insieme il livello di astrazione teorica, la soggettività e delle donne che fanno ricerca e delle donne che a questi studi si avvicinano. Pur re-sistendo il valore della relazione tra donne in ambito istituzionale, l’autrice mette in luce come la stessa sia attraversata dalla richiesta di protagonismo e di riconoscimento reciproco e quanto sia necessario e al contempo difficile  agire gesti di critica rispetto allo  stesso ruolo, al fascino del potere che fa presa. Da una parte si tratta di tessere reti, dice Giovanna, dall’altra di disfarsi dello stesso ruolo di tessitrice.

Ma è forse vero come dice una delle studentesse intervistata da Giovanna, che il femminismo è scomodo e che metterlo dentro l’università è come contenere il mare?

E’ inevitabile che ora  riaffori in me il ricordo della nascita di Nosside, il Centro Studi di Ricerca e Documentazione Donne, nato nel 1986 con sede all’Università della Calabria e in convenzione tra Università e Regione. Erano gli anni in cui avveniva il passaggio dai collettivi femministi al femminismo diffuso nelle istituzioni, nella politica, nella cultura, un sapere femminista che si andava a collocare con una forte conflittualità sul confine tra sfera pubblica e privata. Nosside nasceva  dalla passione di un gruppo di donne del territorio e dell’Università tutte interessate alla produzione intellettuale  dentro e fuori l’Università e  animate dal duplice sogno di un sapere che partisse dall’essere donna e, insieme, dalla determinazione  di abitare le istituzioni accademiche e politiche con uno sguardo critico, mantenendo la nostra autonomia. Volevamo indagare il personale con la nostra presenza nel sociale, consapevoli che il desiderio di un mondo sociale condiviso passa attraverso l’intreccio dell’elaborazione del dentro e del fuori di noi e, ancora,  attraverso la messa in discussione della dicotomia tra il pensare e il sentire.  Intervenire sul piano della produzione delle idee svelando la falsa neutralità e universalità della cultura era la sfida che faceva da sfondo al nostro agire mentre la contraddizione che il nostro agire attraversava era l’essere contemporaneamente soggetto e oggetto della ricerca, una contraddizione densa di fascino e di insidie che con il tempo si incuneava nella ancor più forte contraddizione della appartenenza /non appartenenza all’istituzione. Che dire? Anche la mia esperienza in Nosside, è stata connotata dal sentirmi stretta negli specialismi accademici, da un sentimento di tradimento della pratica originaria del movimento e dall’aver sperimentato la difficoltà  alla reciproca riconoscenza.

Tra il partire da sè e la pharresia incontro anche Federica Timeto quando afferma che l’istituzionalizzazione degli studi di genere in Italia ha in qualche modo creato degli orticelli disciplinari e impedito una trasmissione del femminismo. Per Federica la resistenza da parte dell’istituzione si può ricondurre a due ragioni:  all’importanza che gli studi di genere danno alla sfera del privato e alla poca importanza che alla sfera del privato, considerata poco scientifica, dà l’accademia; e, ancora, all’interdisciplinarietà, ovvero al carattere indisciplinato degli stessi studi di genere.

Ma partire da sè vuol dire anche partire dalla nostra terra, dall’amore per la Calabria dove molti anni fa anch’io ho scelto di ritornare e di restare. E qui, in Calabria, si posiziona Denise Celentano, straniera sempre in tutte le terre, doppiamente straniera come donna e come calabrese. Un’appartenenza contro-versa che in Nosside  ci invitava a centrare la riflessione sul Sud nelle  donne piuttosto che sul Sud delle donne. Il Sud dentro di noi come metafora del nostro desiderio e della spinta verso l’agire sociale, ci svelava la complessità del sentimento di appartenenza alla terra insieme all’inganno di alcune semplicistiche polarità: lontananza/vicinanza, estraneità/orgoglio, accettazione/rifiuto, forza/debolezza, tradizione/innovazione. E così che, animate dalla volontà di costruirci come individue, di agire la ‘cura di sé’, non negavamo quella “impudica passione” che attraversa l’esser madri e la cura degli altri.

Attraverso  la lente di Nosside,  mettevamo inoltre a fuoco un’altra più sottile  contraddizione, quella  tra l’essere e l’apparire: donne del sud potenti nella sfera familiare ma prive di potere nella sfera pubblica, forti nel ruolo materno ma fragili nelle relazioni intime, come poi affermavamo nel convegno “Donne del Sud, “Il prisma femminile sulla questione meridionale” svoltosi a Messina nel Maggio del 1992 e promosso dall’AIS . Più in particolare  la ricerca di Renate Siebert su tre generazioni di donne E’ femmina però è bella, metteva in luce l’astuzia dell’impotenza femminile, una potenza cioè mai agita come potere, basata sulla forza delle relazioni familiari dando agli uomini l’illusione della loro superiorità.  Una complicità distorta con il maschile, affermava Renate, che nelle donne del sud ha prodotto dolorose solitudini e un rapporto di svalorizzazione del proprio genere, un rapporto intriso di pettegolezzi, maldicenze, di controllo sociale, una lacerazione tra potenza e libertà che si trasmette alle generazioni successive.

Come affrontare tutto questo nella  pratica politica?  Denise Celentano intravede una genealogia possibile nella esclusione delle donne calabresi dalla sfera pubblica, nella loro maggiore distanza dai meccanismi clientelari, nell’essere portatrici di un modello di  razionalità non integrato nel modello dominante, in quelle attitudini che “non si conciliano con lo spreco, il disprezzo per il valore d’uso.

 

Alla fine della lettura di “Contro Versa. Genealogie impreviste di nate negli anni 70 e dintorni” anch’io mi posiziono.

Ho letto questo libro in movimento, ne ho sentito il movimento nei racconti e sento di aver agito, nell’ascolto, il mio movimento. Un libro-azione, che dà inizio e che, interrompendo il continuum temporale, si colloca tra il passato e il futuro, nel tra, tra ciò che non è più e ciò che può accadere. E nel dare inizio, ci ricorda Hannah Arendt quando afferma che la libertà è la libertà di dare inizio, rimane sempre, come fanno le autrici, e come sto facendo anch’io, una parola per raccontare, per iniziare e per ricominciare, sempre e di nuovo.

 

Ma a cosa, dal mio punto di vista, questo libro dà inizio ?

All’accettazione del conflitto tra generazioni di femministe ma, direi, anche tra femministe della stessa generazione.

Faccio mia la consapevolezza di Angela Ammirati “Con il tempo ho capito che è la stessa libertà delle donne oggetto di conflitto simbolico, fatto che pone il senso del femminismo stesso nel conflitto”. Ritengo che la capacità di gestire il conflitto sia un percorso importante, una strada da intraprendere, uno spazio complesso e ricco di relazioni da cui, come nella narrazione di questo testo,  si possa generare l’imprevisto, l’impensato. Ma, si sa, la capacità di gestire il conflitto non può fare a meno del coraggio della verità, la parrhesia, a cui accennavo precedentemente, e che, spesso lo dimentichiamo, non è mai soltanto il coraggio di chi parla ma anche il coraggio di chi accetta di accogliere come vera una “verità oltraggiosa”. Solo così, lo mette a fuoco Foucault, la messa a repentaglio della relazione diventa nello stesso tempo la sua forza.

 Il libro, ancora, dà inizio a degli svelamenti:  “alle genealogie non si possono imporre continuità cronologica, legami di causalità, dipendenze”, dice Giovanna Vingelli nel suo racconto.

Condivido con Giovanna  che consegnare, trasmettere, tradere, condurre, far passare è sempre un po’ come  tradire, si attivano  infedeltà, stravolgimenti di senso, continuità e discontinuità, e che poi  l’esercizio dell’esperienza richiede anche abbandoni di ciò che è stato, della tradizione e che, ancora, fedeltà significa  prenderne il meglio, solo il meglio. Per certi versi si tratta, dice Giovanna con l’arte della pharresia, di sfuggire anche alla Storia del Femminismo, all’unicità della narrazione storica, nonchè alla ossessiva ricerca delle origini. E aggiungo, mentre accolgo l’oltraggio, alla ossessiva ricerca di introvabili radici che,  ne facciamo spesso esperienza, , a volte  escludono.

Così, mentre mi posiziono, mi piace pensare al rizoma, stelo sotterraneo, radice orizzontale che connette imprevedibilmente elementi eterogenei e che  riconduce a quel sistema di connessione di cui parla Bateson, un sistema che pur non essendo struttura  rivela la sua consistenza. Eduard Glissant, poeta e saggista di origine antillese, a cui si ispira questo mio ultimo pensiero, definisce le culture “a radice unica” quelle che tendono all’auto-conservazione (ataviques) ed invece “a rizoma” quelle nate da una recente creolizzazione (composites) e quindi coscienti della loro natura plurima.

 

Perché allora non parlare di processo transgenerazionale e di transculturalità, anche nella geografia del femminismo? Riconoscere come evidente la storia propria di ogni femminismo, ibridarsi con altri femminismi nella mutualita’ dello scambio, generare nuove forme creole e imprevedibili.

E’ una sfida che ci pongono anche le donne migranti ………tutte le donne migranti, tutte, anche noi che siamo qui che ci dislochiamo, posizioniamo, ci allontaniamo, ci avviciniamo….

  Ida Rende

 [Grazie Ida.

Questa lettura di Ida Rende ci è stata regalata durante la presentazione di Contro versa, il 14 giugno 2013 a Cosenza. L’idea di Ida del “rizoma” ci ha colpite al cuore. Denise, Giovanna ed io, che presentavamo il libro in una tre giorni calabrese, siamo rimaste folgorate dal fatto che un’altra donna – Amelia Morica – in un’altra città -Catanzaro- ci avesse parlato solo due giorni prima del femminismo(i), rappresentandolo come acque carsiche, come qualcosa di molto concreto, materiale, terreno…Un grazie a tutte le donne che abbiamo conosciuto e sentito parlare nel nostro tour.]

Le foto sono tratte dal sito http://www.ottoetrenta.it 

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