vivere per addizione

Parto da una riflessione di Josephine Condemi , nella quale – sempre a proposito della Calabria e del salone del libro di Torino – si fa riferimento al concetto di “identità calabrese” e alla rappresentazione di essa, per come meglio conosciuta (attraverso stereotipi poco edificanti), per come introiettata e restituita dai calabresi (nello specifico al Lingotto),  per raccontare quanto mi abbia interessato ascoltare alcune parole di Carmine Abate ad un incontro promosso dal Gutenberg a Catanzaro, e anche quanto mi ha stupito vedere la partecipazione e l’interesse di una così gran folla di ragazze e ragazzi nei confronti della letteratura. Il Gutenberg  è una fiera del libro la cui idea e il cui sforzo di realizzazione è degna  -uditeudite- di una  città europea, ma che nasce in una  città piuttosto provinciale, anzi di più: nasce nel mio liceo, del quale a dire il vero non ho mai sottovalutato potenzialità e presenze che lo hanno attraversato (prima fra tutte quella di Antonio Ameduri, che ho avuto l’immensa fortuna di avere come professore).

Per tornare a noi, ho sentito fare a Carmine Abate un discorso molto semplice e moderno, nella sua accezione più positiva. Partendo dal concetto figurativo di estraneità è andato oltre: ha raccontato del padre emigrato, che per tutta la vita ha avuto “un piede al nord e la testa al sud”, un padre per il quale vivere al sud era sempre meglio, perchè “ci si trovano cose che altrove non potrai mai avere“; della sua emigrazione, obbligata per il lavoro, e del fatto che, a partire da essa, ovunque si sia trovato la sua presenza è stata percepita come una sorta di corpo estraneo: all’estero apostrofato come l’italiano, in Trentino come il calabrese, in Calabria come l’arbëreshë, nel suo paesino arbëreshë come l’emigrato, a volte addirittura come colui che è diventato un estraneo. “Chi sono alla fine, quale la mia identità si è chiesto Abate. “La somma di tutte queste cose” è stata la risposta, sensata e intelligente. Abate sostiene di non aver mai sentito veramente la nostalgia della sua terra d’origine, grazie al fatto di averla trattenuta dentro di sé. Ma se le radici più profonde si trovano comunque nel proprio luogo d’origine, come fa questa consapevolezza a non creare problema? Lo fa, se si vive “per addizione. Così, per Abate, cambierebbe lo stile dell’emigrante: dall’avere “una piede al nord e la testa al sud“, all’avere “un piede al nord e un piede al sud“.Ossia cercando sì di valorizzare le radici più profonde, ma anche le  radici nuove, quelle che crescono sotto ai piedi nel posto in cui ci si trova a vivere, riuscendo a trasformare la ferita della partenza in ricchezza. 

Mi piace moltissimo questo approccio esistenziale, che nel mio piccolo -ossia nella mia  personale esperienza di allontanamento dal luogo di origine (e di emigrazione “al contrario“)-credo di aver praticato inconsciamente e con gioia, grazie sicuramente ad una buona dose di casi fortunati. Il dramma, in Calabria, è che  c’è chi non può scegliere di restare, c’è chi non può permettersi neanche di partire, e certamente non riesco a immaginare chi potrebbe scegliere di venirci a stare, non essendoci nato.

Devi vedere Sud Altrove, mi ricorda Denise Celentano. Anche lei ha ragione, penso. A volte, però, il Sud mi servirebbe vederlo da una prospettiva meno ravvicinata, magari DA altrove.

 

5 comments

  1. […] Ma come sono le donne friulane? E quelle venete, lombarde o marchigiane?O forse siamo noi, donne calabresi, tra le poche -in Italia- a godere del privilegio di essere quasi perfettamente incasellate in uno stereotipo, molto letterario, a tratti romantico, grottesco, quasi lombrosiano. In una parola: utile (ovvero: che fa comodo, ma a chi?). Del resto, chiunque cede almeno una volta nella propria vita al pregiudizio. Io, ad esempio, se da una parte sento di avere una attrazione particolare nei confronti delle isolane (siciliane e sarde), che mi figuro come donne autonome e intelligenti, dall’altra a volte mi sento colpevole di pregiudizio nei confronti degli emigrati, che mi pare possano traformarsi nei peggiori razzisti, non sempre ovviamente. […]

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