resilienze

riflessioni e aggiornamenti da Cosenza, da parte di Guglielmina,  su violenza di genere e situazione del Centro R.Lanzino:

<< Vorrei qui parlare della situazione del centro antiviolenza Roberta Lanzino di Cosenza e dei centri antiviolenza in generale. Vorrei parlare della questione della violenza di genere e del femminicidio che è solo la punta dell’iceberg di questa violenza. Vorrei, vorrei, ma non so bene neanche da dove cominciare. Tanto si è detto, e niente. Parole che sembrano vuota retorica ormai, tanto sono state usate e riusate, fino ad essere logorate,  nella ricerca costante di far arrivare un messaggio, quel messaggio: esiste un fenomeno atavico discendente da una cultura patriarcale che vede nel rapporto uomo donna non un rapporto soggetto-soggetto, ma soggetto-oggetto. La donna è l’altro che si costruisce a partire dalla differenza dall’uomo. Questa premessa culturale porta all’esplicarsi di un tipo di violenza peculiare: una violenza fatta sulla donna per il fatto di essere donna, funzionale al mantenimento di ruoli di subalternità in relazioni di potere che mal si addicono ad una società che si pretende democratica.

In questo contesto i centri antiviolenza, che nascono intorno agli anni 80 sulla scia dei gruppi femminili di riflessione politica, si offrono come strutture di appoggio alle donne e di elaborazione politica della lotta contro tale tipo di violenza.

Non userò cifre, né per contare le morti né per contare le donne che ogni anno si rivolgono ai centri antiviolenza perché schiacciate da  situazioni divenute intollerabili. Non darò il fianco a facili voyerismi e a sterili discussioni su numeri che troppo spesso si dimentica rappresentino delle persone in carne e ossa. Certamente i numeri sono importanti in sede di monitoraggio del fenomeno, ma non qui e non ora.

Voglio soffermarmi invece sull’approccio che si ha all’interno dei centri, che è di istaurazione di una relazione di fiducia tra donne nel rispetto delle reciproche differenze. All’interno dei centri si offre la possibilità di seguire un percorso individuale di presa di coscienza per uscire dalla situazione di violenza, ma sempre stabilito INSIEME alla donna e non solo PER la donna: la donna accolta è protagonista della sua storia e le sue decisioni sono centrali nella costruzione del percorso. Donna nella sua dignità di essere pensante anche in una situazione di sofferenza e non marchiata a vita come vittima passiva.

Si offrono, altresì, consulenze legali, di supporto psicologico, ospitalità nelle case rifugio ove possibile. Inoltre, a fianco al lavoro di assistenza alle donne accolte, vi è un intenso lavoro di sensibilizzazione e prevenzione attraverso progetti nelle scuole e corsi di formazione specifica, che puntano ad un cambio culturale.

 Il Centro antiviolenza di Cosenza nasce all’indomani dell’efferato omicidio di Roberta Lanzino e a lei è intitolato. Dal 1990 è Telefono Rosa della Calabria ed aderisce alla rete D.i.Re. , Donne in Rete contro la violenza – associazione nazionale dei centri contro la violenza sulle donne – , fin dalla sua costituzione nel 2008.

Interamente formato da volontarie, il Centro, nei suoi ventiquattro anni di esistenza, ha sempre avuto una sede a pagamento, salvo brevi periodi in cui il comune aveva dato una sede in usufrutto.

Nel 2000, grazie ad una convenzione con l’Amministrazione Provinciale di Cosenza, apre una piccola Casa Rifugio ad indirizzo segreto.

Sempre in bilico tra scarsi finanziamenti pubblici e piccole donazioni private, nel 2010 si vede costretto a chiudere la Casa Rifugio per mancanza di fondi e questo nonostante la promulgazione della legge regionale 20/2007 per la promozione ed il sostegno dei centri antiviolenza e delle case di accoglienza per donne in difficoltà, e il grande sostegno ricevuto sia da singol* che da altre realtà (ricordiamo, tra l’altro, che sull’onda di quella protesta nacque il gruppo Donne Calabresi in Rete).  Il resto è risaputo: il 20 maggio 2011 la Regione Calabria emana un bando pubblico per la selezione di progetti di finanziamento per centri di ascolto per vittime di violenza di genere. Il 17 ottobre 2011 il dipartimento 10 della Regione Calabria rende nota la graduatoria: il Centro Lanzino è al primo posto. Finalmente si da l’avvio formale al progetto nel marzo 2012. Con i decreti n. 10480 (in BURC,Suppl. straordinario n. 3 al n. 18 dell’1 ottobre 2012) e n. 10479 (in BURC,Suppl. straordinario n. 1 al n. 21 del 16 novembre 2012) del 18 luglio 2012il Settore 10 della Regione Calabria decreta di liquidare il 60% dell’intera somma dovuta, solo a due dei sette soggetti ammessi a finanziamento. A marzo 2013, allo scadere del progetto annuale e dopo molte attività di protesta e di denuncia della situazione, ancora non era stata erogata la prima trance del finanziamento stanziato.

IMG_7667Reggio Calabria, novembre 2012 DCR, foto di Simona Canino

A progetto scaduto arriva la tanto attesa prima trance, con cui si riesce a far fronte ad alcuni dei debiti relativi alle spese di affitto e di gestione.

Intanto sia dal Comune che dalla Provincia di Cosenza non sembrano esserci azioni concrete di aiuto, anzi per far fronte ai propri doveri istituzionali (e questo nonostante il Comune sia capofila della Rete Antiviolenza Locale), fino a maggio 2013, in cui finalmente sembra che la Provincia metterà una sede a disposizione del Centro.

 Sul versante nazionale le cose non sembrano andare molto meglio: sono tanti i centri che si trovano nelle nostre stesse difficoltà, tanti che rischiano la chiusura e/o hanno dovuto chiudere le case rifugio. Altri hanno stipulato delle convenzioni con i comuni di appartenenza, con delle limitazioni non indifferenti, basti pensare che prerequisito all’accoglienza nella casa rifugio è la residenzialità nel comune stesso.

 Le conseguenze che questa situazione di precarietà ha sulla qualità del servizio offerto sono facilmente intuibili: anche offrire la semplice consultazione telefonica diventa un’impresa ardua, per non parlare della garanzia della continuità, e dell’accoglienza residenziale che, nei casi di maggior bisogno, si cerca di offrire tramite strutture altre, molto spesso religiose (come nel caso del Centro Lanzino).  Le conseguenze più gravi si riversano proprio su quelle donne che avrebbero più bisogno di supporto per mancanza assoluta di mezzi autonomi, provenienza sociale svantaggiata e condizione giuridica.

Se da una parte, infatti,  la violenza di genere non ha età, ceto sociale o razza, dall’altra è anche vero che chi ha più difficoltà ad uscirne sono proprio le donne appartenenti a ceti sociali più svantaggiati, le immigrate (soprattutto se già vivono la condizione di clandestinità), e in generale chi è dipendente economicamente.

Negli ultimi anni gira spesso uno slogan contro la violenza di genere che è “IL SILENZIO UCCIDE”. Ed è vero, ma ad uccidere non è solo il silenzio delle donne maltrattate, o di parenti amic* o vicin* che sanno e non parlano, ad uccidere è anche e soprattutto il silenzio istituzionale. Silenzio di istituzioni che fanno finta di non vedere la gravità della situazione; di non sapere che non la si può affrontare solo con un’ incremento della pena o un braccialetto elettronico o mostrando la gonnella istituzionale di turno che si dice molto vicina al tema, salvo poi scordarsene nel momento legislativo e di approvazione di bilancio; che fanno finta di non riuscire a capire come attuare un piano organico che passi per la sensibilizzazione e la prevenzione fino ad arrivare all’assistenza integrale delle vittime e poi, e solo poi, anche al ripensamento delle pene.

C’è bisogno di azioni concrete, non basta e non serve parlarne in maniera più o meno superficiale e gridare all’emergenza come se non fosse un fenomeno che esiste da tempo.

Come scritto da due socie attive del Centro, Antonella Veltri e  Anna Petrungaro, in un articolo apparso nel trimestrale ottobre-dicembre 2012 della rivista DWF, «Raramente abbiamo incontrato, anche nelle donne che svolgono incarichi istituzionali, la coerenza di un desiderio di cambiamento. Ci siamo più spesso imbattute con la rimembranza a singhiozzo di un dovere a cui è sconveniente sottrarsi. […] Oggi la funzione pubblica è demagogicamente annacquata in una visione “politicamente corretta” ma ipocrita, che ingloba i pregiudizi sulle “attitudini femminili” alla mediazione e alla cura[…]e questa femminilizzazione dello spazio pubblico, con tutti i limiti di lettura della soggettività femminile, rimane quasi sempre solo verbale e non riduce la marginalità delle donne.  »

lanzinoCosenza, 13 maggio 2013, conferenza stampa #RestiamoVive presso il Centro R. Lanzino

E’ per questo che, lunedì 13 maggio, abbiamo accolto con enorme piacere la visita dell’on. Celeste Costantino che ha iniziato proprio dal nostro centro il suo tour  #RestiamoVive, volto a visitare ed accogliere le istanze dei centri antiviolenza per poi formulare un’adeguata proposta di legge che verta su tre punti:

1.     Inserimento dell’insegnamento di educazione sentimentale nelle scuole

2.     Costituzione di un Osservatorio Nazionale contro la mercificazione del corpo della donna

3.     Realizzazione di un piano finanziario a sostegno dei centri antiviolenza

 Accogliamo con altrettanto piacere la notizia, proprio di ieri 16 maggio, del protocollo d’intesa firmato dall’ANCI e da D.i.Re. per “Trasformare le progettualità in campo per contrastare la violenza sulle donne in veri e propri servizi, esigibili e permanenti all’interno dei nostri territori, all’interno di tutti i Comuni”, sperando che non rimanga una mera petizione di principio.

direRoma, 16 maggio 2013, inizio lavori Convegno nazionale D.i. Re: ” Dai Centriantviolenza azioni e proposte per rafforzare la libertà delle donne”, foto di Marina Pasqua

Quanto a noi, allo stato attuale non sappiamo ancora come faremo ad andare avanti  e se nel breve periodo ci sarà finalmente un’assunzione di quei doveri istituzionali finora spesso disattesi. Per il momento stringiamo i denti e ci assumiamo ogni giorno la responsabilità di resistere e di continuare ad offrire i nostri servizi con cura e professionalità, con i mezzi che abbiamo a nostra disposizione. Sempre più convinte della nostra scelta e del bisogno di strutture come questa, perché il silenzio si traduce in connivenza, e perché “ogni volta che si contribuisce a cambiare o a salvare la vita di una donna, si cambia o si salva il mondo”.>>

[grazie Mina!] 

 

2 comments

  1. la persistente tenacia con cui ribadiamo tutto quello che qui hai scritto è di una smisuratezza, ostinazione e cabarbia commoventi, Restiamo qui, noi e chi legge, resteremo qui a reinventare l’arte della parola a disseminare la parola ‘finchè i fatti non ci permetteranno di tacere’,
    un bacio
    anna petrungaro

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