Sessantasei più una.

 Scritto per scirocconews :

Cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra, sacra corona unita, le storie delle donne ammazzate dalle mafie e raccolte in un dossier dell’associazione Da Sud, per la prima volta in assoluto, sono più di 150. Dato per acquisito il ruolo attivo delle donne all’interno della ‘ndrangheta e delineatosi nel tempo uno pseudo-soggetto femminile (R. Siebert) aderente all’ordine materiale e simbolico maschile, le storie di Sdisonorate servono a capire meglio la natura stessa delle mafie, ma innanzitutto a sfatare un’assurda credenza: che i clan, in virtù di un preciso codice d’onore, non uccidono le donne.

Vendetta, onore: parole d’ordine del patriarcato mafioso

La scelta delle curatrici, di privilegiare il criterio cronologico nella presentazione delle storie, è nata dalla necessità di mettere al centro l’aspetto del genere. Scorporando i dati, rispetto alla specificità del contesto criminale, ed analizzandoli, emergono alcuni aspetti significativi. Primo fra tutti, il fatto che le donne ammazzate dal sistema ‘ndrangheta sono sessantasette, ovvero quasi la metà del totale.

Se il sangue si lava col sangue, e venticinque sono gli omicidi per vendetta, per lo più compiuti all’interno di faide di clan, per colpire mariti, padri e fratelli in quelli che dovrebbero essere gli affetti più cari, ma che nella logica mafiosa finiscono con l’essere i preziosi oggetti del possesso, fa forse ancora più impressione soffermarsi su un altro dato, quello che riguarda i cosiddetti omicidi d’onore.

Sono l’onore del maschio e le regole ad esso legate a prevalere, sempre e necessariamente, e tocca per prime alle donne tenere alta la reputazione della famiglia. L’uso strumentale cinico e violento del potere patriarcale degli uomini di ‘ndrangheta esercita un controllo ferreo sulla vita privata e su qualunque scelta personale delle donne, la cui buona condotta è funzionale innanzitutto ad accrescere il prestigio del padre nella competizione tra maschi.

“[…] La doppia morale sessuale del mito borghese nella sua traduzione e assimilazione mafiosa è infetta di morte. Violenza e morte, indipendentemente dall’amore e dall’affetto che ci possono essere, inchiodano i familiari al loro destino. I sentimenti sono pericolosi per l’ordine, in particolar modo per l’ordine mafioso. E le donne rappresentano la quintessenza di questo pericolo. […]” (R. Siebert, Le donne, la mafia)

Sono quindici le donne ammazzate, da figli, padri, fratelli, cugini, dagli stessi familiari, ree di aver gettato discredito inesorabilmente sul buon nome della famiglia.  Donne come Angela Costantino, colpevoli di aver avuto una relazione extraconiugale mentre il marito era in carcere e di essere rimaste incinta; di essersi innamorate di uomini sbagliati o non graditi, di un carabiniere, com’è accaduto ad Annunziata Pesce, di un extracomunitario o di un uomo più giovane, com’è successo a Maria Teresa Gallucci uccisa, assieme alla madre ed alla sorella, dal figlio perché il padre non si rivoltasse nella tomba; ree come Francesca Familiari di aver avuto una vita d’inferno, di essere scappate lontane e di essere costrette a prostituirsi per tirare a campare; e c’è tra di loro chi, come  Maria Maiolo, ha scelto il suicidio pur di non affrontare un matrimonio di convenienza, accuratamente predisposto dalla madre.

Sono quattro le donne vittime di femminicidio, come Maria Stella Callà, dipendente del carcere di Locri, uccisa per un amore non corrisposto da un pregiudicato che aveva conosciuto mentre era detenuto, o come Roberta Lanzino, stuprata e uccisa brutalmente mentre andava in motorino al mare.

Le donne uccise per essere messe a tacere sono otto. Da singolari incidenti stradali; a cadaveri crivellati, a corpi fatti scomparire per depistare le tracce, all’acido usato per dissolvere ogni traccia di esistenza – come è successo a Lea Garofalo – ai suicidi con l’acido, il passo è breve. Le modalità della ‘ndrangheta si affinano nel tempo, anche in questo. I suicidi sono più comodi delle sparizioni, soprattutto quando ad essere suicidate sono donne e l’ordine simbolico maschile, che dà l’impronta alla nostra società ed ha plasmato quel senso comune secondo il quale le donne sono fatte di carne ed emotività, porta a stupire più di tanto qualora una donna, pur ritenuta determinata e coraggiosa, decida di porre fine all’improvviso alla propria esistenza. Così, tra il 2010 ed il 2011, tre donne sono state suicidate con un metodo particolarmente cruento e doloroso. Tita Buccafusca e Maria Concetta Cacciola erano giovani donne che avevano scelto, con coraggio, di essere testimoni di giustizia, per dare una speranza di vita a se stesse ed ai propri figli. Se gli spazi di una collaborazione in condizioni segnate da violenza e ricatti sono ridotti, quando ad esempio si teme per i propri figli, non si tiene nella giusta considerazione il fatto che la violenza che l’uomo usa sul corpo delle donne, la violenza vissuta su se stesse, nel momento in cui investe le relazioni personali più intime può diventare così intollerabile da essere causa determinante di ribellione e collaborazione. Screditate dalle famiglie, Tita e Maria Concetta hanno avuto paura, ritrattato le loro testimonianze, rinunciato alla protezione (la Giustizia intanto dov’era?). Le hanno trovano morte, suicidate nel peggiore ed improbabile dei modi possibili.

Il 27 ottobre saranno passati tre anni dalla scomparsa di Barbara Corvi, il marito è stato l’ultima persona a vederla e sostiene la tesi dell’allontanamento volontario. Barbara era cognata di Angela Costantino, perché sposate entrambe ad un Lo Giudice. Di Angela sappiamo, non solo perché è morta, ma anche che il suo cadavere venne fatto scomparire e che la sua macchina fu abbandonata in un viadotto di Villa San Giovanni per simulare il suicidio. Il 27 ottobre saranno passati 3 anni dalla scomparsa di Barbara, e intanto il suo nome lo troviamo tra quello delle Sdisonorate. È quell’una che porta il conto a sessantasette.

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