Specchi per le allodole.

“[…]A tutti gli altri che vogliono insegnare alla Chiesa l’antimafia e chiedono gesti forti, come scomunica e privazione di sacramenti, vorrei dire di curare anzitutto l’antimafia di casa propria. […]Ai magistrati che invitano la Chiesa a negare ai mafiosi i sacramenti ed altro, chiedo di pubblicare loro gli elenchi ufficiali dei mafiosi, debitamente firmati: chi più di loro può dare alla gente il cartellino di mafioso?Lo facciano non sussurrando all’orecchi, ma con atto pubblico a nome dello Stato; la Chiesa poi rifletterà se fare liste di proscrizione con relative foto segnaletiche da inviare a tutti i preti, che le terranno sott’occhio quando distribuiscono la comunione, o le affiggeranno alla porta della Chiesa per dire, a chi è scritto in esse, che a loro è interdetto l’ingresso […]”. G.F.Morosini, vescovo (daCalabriaOra del 21/9/2012).

C’era una volta (e c’è ancora)

C’era una volta un paese ed una festa religiosa di grande importanza strategica e simbolica per la ‘ndrangheta, ed un vescovo che, proprio durante quella festa, dispensava un perdono non a buon mercato ai mafiosi che decidevano di convertirsi ; c’era un Comune che stava per essere sciolto per infiltrazioni mafiose e per dissesto finanziario e c’era un “manifesto contro la diffamazione della città”, sottoscritto per lo più da professionisti e imprenditori; c’era una madre che, in una lettera aperta inviata ad un giornale, chiedeva rispetto per il figlio ucciso, Domenico; e c’erano (una volta) Barbara e Rosellina

, ammazzate in casa loro, il cadavere dell’una trovato penzolante dal balcone. Ammazzate per una vendetta trasversale, per lavare col sangue l’uccisione di Domenico Presta, figlio del boss Franco Presta.

C’erano e ci sono targhe, omelie, manifesti e lettere con le quali la ‘ndrangheta si può fare scudo. C’erano e ci sono alcune strategie comunicative contro magistrati, scrittori, e altre atte a dissuadere e far desistere cittadine e cittadini dal proprio impegno e da imperativi morali.

La lettera di Damiana Pellegrino (moglie di quello che voi chiamate boss Franco Presta, così scrive) mi colpisce ancora di più perché la leggo sul giornale mentre aspetto mio figlio all’uscita di scuola. La donna racconta di aver subito la perdita più grave, quella del figlio, ma che la vita non s’è fermata. Se non fosse che si ferma ogni volta che legge il nome di Domenico sul giornale, associato alla cronaca nera e al nome del padre; si ferma  << […] a pensare agli errori di una vita difficile, a quello che sarebbe potuto essere e non è stato. Ma è mio dovere continuare il mio ruolo di madre, tenendo vivo il ricordo ma dimenticando il dolore. Mi ritaglio questo spazio allora per chiedere a voi scrittori, a voi giornalisti ed anche a voi lettori di rispettare il mio dolore, il dolore di un’intera famiglia.[…]Il rispetto per chi ci ha lasciato in questi casi deve essere, per forza di cose, più importante del vendere qualche copia[…]Abbiate premura per il mio dolore, per il ricordo che la mia mente vuole custodire. […] A voi madri che leggete chiedo, infine, di sottrarre un po’ di tempo ai vostri “giudizi di piazza” dettati da notizie forzate e di usarlo per abbracciare i vostri figli e non far mancare loro il vostro affetto. Fatelo voi che potete. >>

Mentre leggo la chiusa, mi si raggela il sangue. Il messaggio è chiaro e mi chiedo anche “chi” l’abbia scritto. La memoria di Barbara e Rosellina , per l’omicidio delle quali è stata da poco emessa un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di due uomini, diventa evanescente.

In un lampo mi vengono in mente le scene di protesta delle “donne dei boss”(con tanto di cartelloni) dello scorso febbraio, davanti alla sede della Procura reggina, contro i “processi pilotati” e contro la “corruzione dei tutori della legge”; intanto mio figlio esce da scuola, gli chiedo com’è andata, ascolto distrattamente la sua risposta e, mentre ci avviamo verso casa, penso a come i comportamenti devianti femminili di tipo criminale, di supporto e a volte di delega del potere di ‘ndrangheta, si debbano sempre pensare rispetto agli specifici processi di socializzazione delle donne (subalterni all’uomo e alla famiglia) e al contesto sociale, familiare e culturale violento nel quale essi sono maturati; penso alla capacità della ‘ndrangheta di manipolare i pentiti in carcere proprio attraverso le loro mogli (pienamente consapevoli) , penso alla moglie di Antonio Libri che minacciò il marito di non fargli vedere neanche più il figlio se avesse collaborato; penso a Concetta Managò, a donne che si sposano per rinsaldare alleanze mafiose, a donne che decidono di “farsi giustizia” da sé, ma anche alla forza devastante della violenza agita da donne su altre donne, di vittime che si innalzano a carnefici, penso al racconto terrificante di Rita Di Giovine, alla madre massacrata di botte dal padre, quella stessa madre alla quale Rita implorava aiuto  per le violenze e gli stupri subiti in casa e che in risposta la chiamava puttana.

Penso a tutto questo e intanto sono quasi arrivata a casa. Abbraccio mio figlio e so che mentre io mio sono limitata a pensare, percorrendo a piedi un pezzo di strada, molte donne in Calabria mettono a rischio la propria vita ogni giorno, per il loro impegno contro la ‘ndrangheta. E alcune l’hanno persa. Salite agli albori della cronaca loro malgrado, le sindache Elisabetta Tripodi, Carolina Girasole e Maria Carmela Lanzetta sono tutte e tre madri e stanno dando un grande esempio ai loro figli;  Lea Garofalo  ha lasciato importanti eredità a sua figlia Denise. Probabilmente, penso, il modo migliore per prenderci cura dei nostri figli, e del loro futuro, consiste proprio nell’agire quelle buone pratiche di cittadinanza  all’interno di percorsi di legalità, con amore e con tanta forza d’animo. Da tempo, oramai, si parla di  donne che contro la ‘ndrangheta fanno e hanno fatto la differenza e,lungi dal pensare che la responsabilità dell’educazione dei figli sia di appannaggio esclusivo delle madri, ritengo che questa “responsabilità”, in mano alle donne, che pure vivono insituazioni molto complicate, faccia paura. 

“…comprendere è sempre un movimento ascendente; per questo la comprensione deve essere concreta. (Non si viene tirati fuori dalla caverna, se ne esce.)” Simone Weil

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