Rosaria Iazzetta, quando l’arte denuncia un sistema malato.

Un paio di settimane fa ho avuto modo, finalmente, di conoscere  Rosaria Iazzetta …è stato un grandissimo piacere.

pubblicata su Scirocconews:


L’esperienza di Rosaria Iazzetta, docente all’Accademia di belle arti di Catanzaro, artista con un curriculum internazionale. Da Scampia al “non finito” come costante calabrese all’esperienza dei “tubi innocenti” contro le devastazioni architettoniche nella nostra regione e contro gli ecomostri
 di Doriana Righini 

Rosaria Iazzetta è una giovane artista eclettica con un lungo curriculum internazionale. Dalla Campania alla Calabria, dove è docente di Scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Catanzaro, passando per il Giappone, dove è stata ricercatrice ed ha lavorato per cinque anni, la sua arte si svela senza filtri e compromessi in uno scontro continuo tra Eros e Thanatos. Attraversate da un profondo senso etico e morale, nelle sue opere, alla denuncia sociale e politica corrisponde sempre un richiamo alla capacità morale di uomini e donne di gestire la propria libertà nel rispetto degli altri, un incitamento all’assunzione di responsabilità e comportamenti improntati alla legalità, come unica possibilità di sopravvivenza personale e collettiva. E allora l’Humanitas emerge prepotente a dispetto dei tempi e delle relazioni sociali malate, e la felicità appare come obiettivo unico da perseguire e possibile solamente attraverso la negazione totale di ogni forma di violenza e sopraffazione.

Arte come strumento di protesta sociale, come veicolo di messaggi contro il sistema dei consumi, per svelare le mistificazioni della quotidianità di un Sud dove il sistema mala-vita sembrerebbe non consentire alternative. Ma è proprio l’arte, forse, attraverso i suoi messaggi, a restituire quella speranza che spesso sembrerebbe mancare. Rimettere in discussione la nostra posizione nel mondo, coltivando nuovi atteggiamenti nei confronti di noi stessi, indagando in profondità i nostri desideri ed esprimendoli, occupando gli spazi pubblici con essi, con la nostra fantasia, con le nostre competenze, con i nostri corpi. Una filosofia di vita, questa, che Rosaria Iazzetta realizza appieno nelle sue opere d’arte.

Le installazioni, operazioni di notevole pregio culturale, non possono che colpire profondamente. Studiate nel dettaglio dei luoghi, di rilevanza sociale e simbolica, che fanno da supporto ad immagini, cornice di riferimento emotiva entro la quale, a sua volta, si trovano parole come punto fermo inderogabile. E allora, tra le Vele di Scampia, in un luogo dove si dice che si faccia di tutto tranne che vivere, emergono parole dal cemento “Quando il vento dei soprusi sarà finito, le vele saranno spiegate verso la felicità”, o anche “A chi ama è consentito ridere”.

“Abituarsi al bello, fa riconoscere i Mostri”, questo il tuo approccio con il “non-finito calabrese”. Ci racconti di questa tua esperienza con Tubi innocenti? Ma l’arte fa davvero così paura?

Era l’estate del 2010, che ho investito il mio tempo extra accademico, ad essere parte della comunità calabrese, perché sentivo che fosse necessario conoscere il territorio, per comprendere le esigenze e i disagi dei giovani studenti. Tra i paesaggi che attraversavo in auto, per giungere alle destinazioni programmate, era tipico riconoscere un eco-mostro, di tanto in tanto disseminato, nei posti dove per maggior bellezza, gli occhi si predisponevano a spalancarsi. Ho riscontrato, che anche in alcune giovani studentesse, quell’ostacolo alla bellezza, alterava la loro sensibilità, e come è giusto che fosse, si indignavano.Loro, singolarmente impegnate in particolari ricerche, collettivamente, formano un gruppo dal nome: “tubi Innocenti”. Mariagrazia Costa eccellente pittrice, Mariateresa Sorbara promettente scultrice, Paola Ascone poliedrica artista e Caterina Aversa, visionaria artista sociale. La collaborazione al progetto Abituarsi al bello, fa riconoscere i mostri è quasi spontanea con il gruppo, e l’occasione di essere stata invita all’edizione Straniamenti del Luglio 2010, a Roccella Ionica, concretizza l’idea progettuale, e concorde con gli organizzatori dell’evento si predispone la stampa dello scatto fotografico, in pvc di grandezza 16x 24 metri. Lo scatto, ritrae le giovani su uno stabile incompiuto nei pressi di Riace, sulla Statale 106. La foto non intende ricordare ai passanti le nefandezze umane, che per quanto gravi, appartengono al lato malato di ogni uno di noi, che in tanti sani, reprimiamo; ma intende sottolineare l’abitudine a guardare un paesaggio deviato e ormai diventato naturale, ponendo in contrasto la bellezza umana, con lo scempio disumano.
Ma pur rispondendo a pieno alla tematica sociale che gli organizzatori si erano prefissi, ossia di denunciare attraverso l’arte la realtà deforme, il banner non può essere installato. Le dimensioni, risultano troppo invasive, e pur confermando la mia personale disponibilità economica, a saldare il conto con la ditta stampatrice, gli organizzatori e l’amministrazione locale, decidono di escludere il progetto dalla rassegna. Di stessa entità, ma con esiti diversi, l’installazione le Porte chiuse dalla Camorra, nel Settembre 2010, installata a Napoli sull’antica Porta Capuana, viene ostacolata. Pur avendo avute le dovute autorizzazioni dalla Soprintendenza per i Beni paesaggistici, finanziata dal Comune di Napoli, rientrata nel Festival del Pensiero Emergente, ed essere stata installata fino al mese successivo, viene considerata invasiva dal presidente di Municipalità, ma addirittura vandalizzata due giorni dopo il varo (Le porte chiuse dalla camorra). E’ chiaro, che quando diventa per i promotori, o per i fruitori, motivo di schieramento contro o a favore di qualcuno “potente”, anche l’arte diventa un problema da eliminare, un qualcosa che inquina e danneggia l’assuefazione latente, che il crimine, la politica corrotta, e il sistema malato ha cucito per anni sulla nostra pelle. Il dissenso culturale esiste se ai pochi giova, se inizia ad essere di massa, diminuisce il potere che hanno sulle menti, e per questo che anche la verità nell’arte, tendenzialmente è e deve essere, sottocontrollo.

Le tue opere, con il loro forte impatto, sono audaci, innovative e all’avanguardia rispetto alla loro collocazione storico-geografica. Per certi versi mi ricordano quelle di Barbara Kruger. Quando hai avvertito l’urgenza da trasferire nell’arte un certo tipo di messaggio?

Bhè la Kruger, è spaventosamente straordinaria, sia nella capacità di aver dato alla fotografia, la parola femminista che le mancava, e sia per il fatto di aver creato un personal style, riconoscibile e inconfondibile. Ovviamente, di lei, non avrei nemmeno le unghie, se non altro i ricci dei capelli molto simili nella forma, più che nel colore! Diciamo che quando invitata per un progetto al Centro Alberto Hurtado, a Scampia, mi vestii da sposa e andai con windsurf, sulle cosiddette vele, abitazioni caratteristiche di quell’area, per scattare una foto che avrebbe avuto il titolo: “Sposo il vento, così faccio andare le vele”, mi accorsi, che quello che stavo facendo, non avrebbe di certo, migliorato lo stato delle cose. Entrando a contatto con la realtà del luogo, e soprattutto interagendo con gli abitanti, mi fu chiaro, che invitarli a vedere la fotografia di quell’operazione, in un ambiente chiuso, seppure non lontano da lì, non avrebbe certo mostrato fino in fondo il mio desiderio di condivisione. Mi fu detto, che avrebbero preferito che quella foto fosse sistemata per strada perché, in fondo, non essendo mai stati in un ambiente come una galleria, provavano un certo imbarazzo, e non avrebbero “sentito” la foto, il risultato di una compartecipazione. Da quell’idea di imbarazzo, è nata la volontà decisa di arrivare a loro, nella modalità più aperta e meno invasiva possibile, dando la priorità al loro giovamento in primis, sociale ed etico. Da quel preciso istante ho sentito che bisognava che le strade, carenti di tutto, da queste parti, lanciassero dei segnali di amore, a costo di durare anche poco, a costo di dispiacere anche qualcuno, ma che si impegnassero a non scomodare nessuno per essere viste, e che incominciassero per la prima volta, a scavare nelle coscienze di tutti.
Nacque così Parole dal Cemento, nel 2008, nel quartiere di Scampia, scritte nere e gialle su cinque stabili comunali, (Scampia rinnovata) ampliato poi con il progetto Massime Eterne, nel 2009, all’esterno della metro di Scampia. Poi il progetto cresce e diventa, P.N.P. progresso non pubblicità, e viene presentato al Teatro Instabile di Napoli, e poi al Teatro Giancarlo Siani, di Marano, comune a nord di Napoli. L’idea di utilizzare lo stilema della pubblicità, mostrando scatti fotografici dal forte impatto emozionale, unite a scritte molto forti, piace ad alcune amministrazioni comunali di allora, e P.N.P., viene installato su sette stabili, nell’Ottobre del 2009 nel Comune di Ercolano, (Pnp Ercolano), e otto installazioni, nel Giugno del 2010, nel Comune di Pompei. Nel Settembre del 2010, viene poi chiusa simbolicamente, con le stesse modalità e 112 mq di pvc, l’antica porta di accesso alla città di Napoli, Porta Capuana, con il progetto Le Porte chiuse dalla Camorra.

Dalle sculture suggestive, che si concretizzano in soggetti dall’alto potere evocativo ; alle fotografie dal forte impatto emotivo e piene di amara ironia; a performance che sono un vero e proprio pugno nello stomaco; al libro dal titolo “La Mala Tolleranza, La felicità vince quando la speranza e la coscienza smettono di essere latitanti”, edito da Ulisse & Calipso Edizioni Mediterranee. Ci parli di quest’ultimo impegno editoriale?

Il testo fotografico, potremmo dire che rappresenta le dita del braccio, che avevo già teso nella direzione di tutti quelli che pur non avendo voce gridano, che quotidianamente lottano e sperano per un mondo migliore. Uscito in concomitanza con la mia personale Nothiness, alla galleria Franco Riccardo di Napoli, nel Marzo 2011. Ho raccolto per due anni testimonianze, di persone che quotidianamente rinunciano alla propria dignità per scendere a compromessi, con una parvenza di felicità. Le testimonianze sono anonime, fornite solo di età e provenienza, e si snodano tra le rappresentazioni fotografiche del sopruso in tutte le sue forme, su un fondo nero, fino a giungere alle pagine bianche, con le testimonianze di chi il sopruso lo combatte, e non lo tollera più.
La Mala Tolleranza, è una lettura veloce, immediata nella comprensione, ma incredibilmente penetrante; Il libro, non intende addolorare, chi già conosce certe dinamiche, ma vuole invitare ad alzare la testa, e condividere le lotte per tenere il cuore nella direzione della felicità. Con la consapevolezza che arriva da questa lettura, capisci di non essere solo, di essere costretto ad una solitudine forzata, e che infondo anche il tuo vicino subisce e deteriora al tuo stesso modo l’anima, senza che tu lo sappia. La tolleranza, è sana, quando si tollera il bene, ma è patologica quando si tollera il male. E’ quindi, il testo, un’occasione per mettere per iscritto quello che tutti sanno e non vogliono vedere, di raccontare tutto quello che esiste, e si nasconde quotidianamente sotto un tappeto gigante, trasparente e facile all’inciampo.

Dopo un paio di anni di relativa “vicinanza” con la Calabria ed i calabresi, che impressione te ne sei fatta?

Dopo tre anni, di mia permanenza discontinua in Calabria, ho intuito e poi scoperto straordinarie potenzialità, nelle donne ma anche negli uomini calabresi. Molti giovani subiscono le dinamiche clientelari che i grandi e i potenti attuano, e per questo svalutano il loro talento alla ricerca di un contatto più importante, a discapito della loro crescita sia emotiva che culturale. Catanzaro offre un gran panorama artistico-culturale, molto esterofilo avvolte, e poco attento allo sviluppo territoriale, di talenti e creativi. Molte gestioni, sono affidate a dirigenti e a competenze non calabresi, e per tanto sono di certo capaci di instaurare confronti culturali, ma non abbastanza da creare humus fertile per un’autonomia economica tra territorio e creatività.
A volte, noi del sud, viviamo una demotivazione interiore talmente alta, che preferiamo proporre il nostro lavoro o il nostro talento altrove, perché non siamo considerati abbastanza; Altrove, direzioni, e posti di rilievo sono affidati a donne e uomini calabresi, per la loro dedizione al lavoro e la loro professionalità. E’ questo che va cambiato in primis, il senso cinico di affrontare la vita, in Calabria. L’idea dell’impossibilità, della non attuabilità deve essere una risorsa alla quale affidare le nostre energie per cambiare lo stato delle cose. Le donne, devono farsi carico dei loro silenzi e avviarsi ad uno stadio più elevato di consapevolezza interiore, per mobilitare le giovani e i giovani. E gli uomini, preposti alla guida, amministrativa e politica della Calabria, devono riconoscere nella cultura, il potere di sovvertire l’insano, quasi quanto l’importanza sociale che diamo alle forze armate.
Se l’ignoranza e le mafie dilagano, se l’emancipazione femminile rallenta, se i creativi diminuiscono, è perché si predilige tutto ciò che non appartiene alla crescita dell’anima, e per questo si garantisce, una Regione così speciale, all’immobilismo e all’emarginazione nazionale. 

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