Politica, potere e desiderio.

Memento

   

“” […] Come il conflitto è ciò che regola le relazioni fra i filosofi – maschi- per conquistarsi il primato, così le dicotomie, le contrapposizioni bipolari sono il tessuto di una tradizione, in cui la simmetria fra posizioni che si escludono vicendevolmente costituisce la mappa stessa della storia del pensiero.

Ma, dentro di me, qualcosa mi dice che non è così. Non è così per me, che sono una donna, né per le autrici che amo: Simone Weil, prima fra tutte, ma anche Etty Hillesum, Maria Zambrano, Hanna Harendt. La signoria nei confronti della tradizione che ci sta alle spalle – e sul cui cumulo di rovine siedo ora incerta, sospesa fra la speranza e il timore – è guadagnata da loro in altro modo.

A guardar bene, non si tratta neppure di signoria, se è vero, come Hegel insegna, che quest’ultima è sempre correlata a servitù. E’ un’altra cosa, è piuttosto una danza sulle rovine di un passato ridotto a un ammasso di rovine e divenuto suolo, pavimento costellato di frammenti di mosaico, di pezzi di vetro levigati dal tempo, di pietre cesellate, di cocci aguzzi, di marmi sbiaditi e consunti. […]”” (Wanda Tommasi, Di madre in figlia in Diotima, Approfittare dell’assenza. Punti di avvistamento sulla tradizione, 2002)

                                                       

* * * 

Dedicata (alle Amiche)

5 comments

  1. Permettimi un’osservazione terra terra, quasi un’empietà rispetto alle altezze sublimi dei pensieri delle differenze: è proprio questa disposizione a partire per tangenti filosofiche che ha impedito alle donne, in Italia, di perseguire e ottenere la parità di diritti e la parità di condizioni per mettere in atto i diritti, compreso il diritto, ultimo, a vivere secondo i propri desideri.

  2. beh, Paola, più che altro mi sembra un poco ingiusto attribuire tale grossa responsabilità alla disposizione di alcun* “a partire per tangenti filosofiche” (e quindi mi pare di capire che tu intenda “inconcludenti”). Penso , invece, che la responsabilità sia del desiderio di potere che non lascia immune quasi nessun* e ovviamente della cultura patriarcale della quale siamo tutt* impregnat*, chi più, chi meno. Pur non essendo affatto una filosofa e potendo giusto darmi da fare, nel mio piccolo, con azioni concrete, mi sento però di “spezzare una lancia” a favore di chi apre varchi importanti di riflessione (anzi ringrazio le filosofe!), convinta che ogni azione politica che abbia un senso abbia bisogno, come l’aria, di solide fondamenta e cioè di una profonda riflessione alle spalle…(compreso riflettere su quali sono davvero i nostri desideri). un abbraccio!

    p.s. magari ti sembrerà fuori dal discorso ma non lo è per niente: Marina Pivetta dice una cosa molto importante rispetto ad un a situazione particolare”…E questo forse perché le donne, che hanno fatto politica di genere in questi ultimi decenni, hanno prevalentemente lavorato sul consolidamento di una democrazia sostanziale inventandosi nuove pratiche politiche, ma tralasciando un lavoro teorico capace di definirne le forme…(http://www.womenews.net/spip3/spip.php?article9323)”

  3. Eh, sì, cara Doriana, il resoconto sull’ultimo Congresso UDI l’avevo letto, purtroppo, e non solo quello di Marina Pivetta, anche se non ho capito fino in fondo proprio tutta com’è andata. Diciamo come nelle peggiori tradizioni, ahinoi.
    Dunque, nel mio primo commento mi sono espressa un po’ troppo sinteticamente: concordo che, qualsiasi forma “politica” in senso lato si scelga, questa debba essere supportata da una riflessione teorica. A patto però che si decida per una forma politica in cui agire, nuova quanto ci pare, supportata filosoficamente, ma attiva. Quello che rimprovero alle pensatrici di quella fase del movimento delle donne che si sono impegnate a pensare proprio in un momento in cui il movimento stesso stava declinando, è quello di aver accompagnato, invece che contrastato, questo declino “politico”, questa scomparsa delle donne dalla scena pubblica. Ci siamo ritirate in una torre d’avorio a pensare cose intelligentissime, mentre le altre donne, quelle che non partecipavano, direttamente o indirettamente, ai nostri circoli, restavano davanti alla televisione degli anni ’80, e poi ’90, etc. E quanta fatica hanno dovuto fare quelle che hanno dieci, quindici, venti anni meno di me, per costruirsi un minimo di personale consapevolezza, io lo vedo ogni giorno. Per questo ho apprezzato molto l’iniziativa della scuola politica dell’UDI a Roma in settembre, dove mi sono potuta affacciare per una giornata, e poi è andata così, mah.

  4. Cara Paola,
    non so come ti sia capitato di relazionarti con il pensiero della differenza ma credo che sia un errore politico (oltre che filologico) quello di non riconoscere lo spostamento simbolico che le donne della Libreria e di Diotima hanno prodotto in questi anni. Hanno fatto ordine, perché credere che siano portatrici di vette irraggiungibili e impraticabili? La gratitudine nei loro confronti non deve essere coltivata come un eccesso di devozione ma come un giusto riconoscimento per ciò che hanno fatto e che continuano a costruire, importante e necessario. Detto questo, mi pare tu attribuisca loro un fardello di colpa che non hanno. La riflessione filosofica e politica che hanno messo a tema è stata fondamentale e credo che la separazione tra pratica e teoria sia un falso problema, molto vecchio, come quello tra lavoro intellettuale e manuale… Quello della scomparsa delle donne dalla scena pubblica poi, quale sarebbe questa scena pubblica che rivendichiamo? Quella spettacolare oppure quella partitica che spesso finisce in un’adesione acritica alla logica neutra (maschile)? Non saprei. Le donne non sono mai state ferme, né quelle della generazione precedente né quelle della mia generazione che non ha calcato le piazze degli anni settanta; la politica delle donne, quella quotidiana e che spesso non fa notizia, è un tessuto capillare che “ci fonda” tutte; mi soffermerei piuttosto sull’analisi della trasmissione dei saperi e l’incapacità di trasformare il proprio privato; è in questo scollamento che io vedo un nodo doloroso, in quelle tante donne spezzate che non sono riuscite (e che non riescono) a conciliare il dire con il fare e che dunque sono rimaste pervicacemente sempre figlie e non sono diventate mai madri; non ne faccio una questione procreativa, chiaramente, ma una preferenza mortifera del disordine simbolico che genera relazioni false ipocrite scadenti e soprattutto, come bene sottolinea Doriana, pericolose perché mimetiche. Di questo possiamo colpevolizzare le donne di Diotima? Io credo proprio di NO. Cominciamo e proseguiamo invece “a partire da noi” e facciamo rete sempre di più; parliamoci confrontiamoci e riconosciamoci; cerchiamo di aver cura della nostra genealogia così come della nostra intelligenza del cuore e, insieme, delle relazioni private (che sono politiche sempre) e diciamo finalmente che l’autorevolezza altrui è un guadagno che dobbiamo saper mettere a frutto. Continuiamo a tessere perché la narrazione è già politica. E voliamo alto, sì. Teniamo a mente tutto questo, e facciamolo in fretta.
    Un abbraccio a entrambe,
    Alessandra*

  5. Cara Alessandra, intanto grazie per la risposta, e per l’avvio di una potenziale discussione, che difatti mi sembra già in atto su diversi lughi virtuali: penso che la discussione sia il carburante dell’azione consapevole, e penso pure che per agire da donne consapevoli non si debba essere sempre necessariamente tutte d’accordo su tutto. Si può divergere, litigare, scontrarsi, in tutto o in parte, ma discutere, cercando di chiarirsi rispettivamente, è indispensabile.
    I punti che tocchi sono tanti, e ognuno meriterebbe una risposta a parte, comincerei perciò da uno su cui mi è più facile rispondere; allora, tu dici: “la politica delle donne, quella quotidiana e che spesso non fa notizia, è un tessuto capillare che “ci fonda” tutte; mi soffermerei piuttosto sull’analisi della trasmissione dei saperi e l’incapacità di trasformare il proprio privato”.
    Quella che tu chiami “trasmissione dei saperi” io la chiamo, augurandomi di non aver equivocato, capacità di comunicare le esperienze storiche e culturali, comprese quelle che attengono al pensiero filosofico, e volontà di mettere in atto questa trasmissione, in modo che quelle esperienze raggiungano il maggior numero possibile di donne. Ecco, proprio questo è mancato. Negli anni del movimento delle donne, i luoghi perché questa trasmissione si attuasse, a diversi livelli di fruizione, non mancavano. E’ stato poi, che quei luoghi sono venuti a mancare. E non sono stati sostituiti efficacemente, purtroppo, da altri luoghi di comunicazione e trasmissione. Luoghi che attuassero una trasmissione verso un numero altrettanto ampio di donne. Non ne faccio una “colpa” alle pensatrici delle diverse “scuole”, mi limito a constatare quello che si è rivelato un tragico deficit strategico. Alla luce dei decenni che sono venuti dopo per la società italiana, e della sua deplorevole involuzione culturale. Soltanto da pochi anni è apparso un luogo che potrebbe essere, e che in parte è stato, altrettanto efficace delle nostre piazze, delle nostre scuole, università etc.: questo luogo è, come ognuna sa, la rete. Il luogo virtuale dove nuove e vecchie donne consapevoli hanno ricominciato a comunicare, tra loro e a vantaggio di tante altre donne che le parole del femminismo (vecchio e nuovo) non le avevano mai ascoltate.
    Per esemplificare i risultati di questo deficit strategico, ti riferisco una mia esperienza personale: tante delle mie amiche che hanno dai dieci ai quindici, ai venti anni meno di me, sono persone intelligenti, colte, informate; le ho sempre ascoltate parlare come donne consapevoli, le ho sempre viste comportarsi come donne consapevoli, posso quindi dedurre che la loro visione del mondo e di sé stesse sia quella di donne consapevoli, insomma, di femministe. Le loro azioni e i loro pensieri non sembrerebbero differire in niente da quelle che mi aspetterei da una femminista, e la loro prospettiva visuale del mondo sembra inglobare la prospettiva di genere. E invece, invece ho scoperto che alcune di esse sono ostinatamente convinte che: il femminismo è una cosa ormai inutile, un ferro vecchio, e che la prospettiva di genere è una cosa fumosa e obsoleta.
    Insomma, sono femministe, vivono da femministe, e non sanno di esserlo. Perché? Interrogata su quale fosse stata la consistenza della sua informazione sul femminismo, nel corso della sua vita, la mia amica coltissima e ingambissima, entusiasta lettrice e compulsatrice di “Una stanza tutta per sé”, ha risposto che le sue fonti si limitavano a quanto ne apprendeva da una non meglio precisata ospite di Maurizio Costanzo negli anni del liceo. E che la sostanza gli sembrava un folklore ideologico obsoleto. Volevo dire, con questo esempio, che quel “tessuto capillare” cui ti riferisci, ha riguardato, ahimé, troppo poche donne. Troppo poche.

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