La sfida etica al Multiculturalismo.

vignetta di Val  

Le ferie (per alcune) stanno per finire, il Ramadan (per altre) pure, e cosi’ si pensa già a quanto noi tutte, di  Nata di Donna, abbiamo lasciato in sospeso prima dell’estate, ai nostri progetti,  ed alla loro possibile realizzazione a partire dalla relazione che esiste tra noi (donne italiane e straniere), che non è semplice ma neanche troppo complicata e che meriterà al piu’ presto una restituzione scritta, anche pensando al XV Congresso dell’Udi che è ormai vicino.

Nel frattempo proseguono le riflessioni iniziate con Is Multiculturalism bad for Women , ed inizio ad avere le idee un poco piu’ chiare, piu’ che per quanto leggo,  grazie alla conoscenza di situazioni di vita pratica di amiche che mi aiutano ad afferrare alcuni aspetti che affiorano nella convivenza multiculturale.

(Pur non amando il termine tutela): “Un parere molto interessante proviene da Alessandra Facchi, la quale indica tre dimensioni di differenza che vanno tenute in conto per una donna immigrata: <donna rispetto all’uomo; straniera rispetto agli autoctoni; donna straniera rispetto a donna occidentale>. In alcuni casi si <originano situazioni conflittuali che richiedono scelte e aumentano notevolmente le difficoltà e il disagio delle persone.Sul piano dei principi è già difficile scegliere tra l’oppressione in quanto donna e l’oppressione in quanto membro di una cultura minoritaria, ma nelle vite individuali queste due forme di oppressione si sommano, non si escludono a vicenda. Il loro incrocio o sovrapposizione rende spesso difficile individuare l’interesse delle singole persone e tradurlo in diritti e tutele. Tuttavia, partendo dal presupposto che è proprio il benessere dell’individuo a dover costituire l’obiettivo prioritario, al di là delle sue – reali o presunte, scelte o imposte – appartenenze collettive, si constata che la tutela dei diritti culturali puo’ costringere ancor di piu’ le donne, sulle quali il riscatto sociale derivante da una dipendenza economica e psicologica è spesso ancora piu’ forte in terra straniera, all’interno di meccanismi discriminatori consolidati. Ma si constata anche che una visione rigidamente improntata alla cultura occidentale dei diritti femminili puo’ contrastare con le letture e le richieste dei soggetti e , in taluni casi, anche tradursi in peggioramenti concreti della loro vita. Un atteggiamento che si proponga di contemperare la tutela delle donne all’interno del gruppo e come componenti del gruppo nella società complessiva si appoggia piu’ adeguatamente su una sua considerazione come unità autonoma piuttosto che in termini della sua appartenenza a identità collettive. Queste identità sono infatti generalmente rappresentate con caratteri estremizzati e semplificati, spesso già predefiniti in forme tra loro conflittuali e non necessariamente corrispondenti alle scelte individuali” ( A.Facchi, I diritti nell’Europa multiculturale, p.140, cit. Angela Maria Graziano in La sfida etica al multiculturalismo. Riflessioni su un saggio di Susan Moller Okin, pag.84)

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