Da “scomparse” a “suicidate”.

foto di Manuela Merlo

Maria Concetta Cacciola, testimone di giustizia “suicidata” il 22 agosto;  Tita Buccafusca testimone di giustizia “suicidata” il 16 aprile;    Orsola Fallara messa alle strette dalla giustizia e “suicidata” il 16 dicembre scorso .


“Essere cinici è l’unico modo per non diventare come belve”, sostiene una cara amica .

Allora mettiamola cosi’:  i suicidi sono piu’ comodi  delle sparizioni.  Soprattutto, poi,  quando ad essere suicidate sono donne.  “”Il senso comune, cio’ che è piu’ comodo, piu’ semplice pensare quando siamo confrontati con problemi piuttosto sconvolgenti e difficili, risente profondamente dell’ordine simbolico maschile che dà l’impronta alla nostra storia e alla nostra società. Lo sguardo maschile sul sociale e su di noi ha plasmato cio’ che il senso comune >da sempre< sa, e cioè, che le donne sono emotive, inaffidabili, irrazionali, passionali […]”” (R.Siebert, in Le donne, la mafia p.160) . Non ci si stupisce piu’ di tanto, quindi, se una donna, sebbene considerata determinata e coraggiosa, decide all’improvviso di porre fine alla propria esistenza (di certo sotto pressione e scarsamente rassicurata dalla Giustizia).

Dunque la ‘ndrangheta si avvale di nuove modalità, che si vanno affinando nel tempo?  Dalle scomparse”    (ritrovate ammazzate dopo mesi o anni) alle “suicidate” (casualmente tutte con lo stesso dolorosissimo metodo)?  Oppure si tratta di donne che seppur affrontando con coraggio la scelta di rompere il muro del silenzio, spinte spesso dal desiderio di una vita migliore per sè e per i figli, non ritengono di avere altra via d’uscita se non quella di togliersela, la vita?  Disilluse, scorate e magari sentendosi tradite ed ingannate da quella Giustizia alla quale si affidano, cosi’ come ci ha detto Lea Garofalo nella sua lettera pubblicata tardivamente? Lea lamentava le modalità del programma di protezione, sostenendo che violano i diritti sanciti dalle Leggi europee.

Allora, quanta responsabilità condivisa c’è in queste morti di donne?

<La violenza infatti è antica e antica è l’abitudine a subire in silenzio; nuovo invece è il coraggio e la consapevolezza delle donne che chiedono giustizia per sè.Perchè degli uomini è il baratto, il pentimento in cambio della  protezione, dello sconto sulla pena, certamente delle donne è la voglia di verità fine a se stessa>  Antonia Cascio, in Santino, 1989, p.100 “” (R.Siebert, in Le donne, la mafia pag.292). 

Chiudo con una nota stampa di Angela Napoli, e con una certa amarezza.

”Lea Garofalo, Tita Buccafusca e Maria Concetta Cacciola. Tre giovani donne e madri calabresi, testimoni di giustizia, chiamate ad un triste destino, sicuramente perché scomode all’interno delle rispettive famiglie i cui uomini appartengono alla ‘ndrangheta”. Lo afferma, in una nota, la deputata di Futuro e libertà Angela Napoli, componente della Commissione antimafia.
“Tre storie sicuramente diverse – aggiunge – che non possono cadere nel silenzio e che lasciano intravedere
come sia diventato preoccupante il ruolo della donna che intende reagire al potere criminale e come contemporaneamente tale ruolo non venga adeguatamente tutelato dallo Stato. Le tre donne avevano deciso di collaborare con la giustizia per tentare di reagire alla vita infernale delle loro famiglie e per cercare di aiutare i propri figli a crescere secondo i canoni del vivere civile. Le loro morti sono avvenute perché non adeguatamente protette dalla Stato, anche se le stesse avevano disatteso i canoni di protezione”.
 “Lo Stato sa bene, però – dice ancora Angela Napoli – che i boss della ‘ndrangheta calabrese non si sottomettono sicuramente alle loro donne e che non accettano le ribellioni delle stesse e sono quindi capaci di istigare al suicidio. Tre donne delle cosche Garofalo, Mancuso e Bellocco, province calabresi diverse, che sono state costrette a portare con se’ grandi segreti della ‘ndrangheta calabrese, ma che non sono state adeguatamente supportate nella loro voglia di ribellione e liberta’ e che, pertanto, lasciano in noi profonda amarezza, ma anche preoccupazione al pensiero di ciò che sta accadendo alle donne delle famiglie mafiose”.”


[Vedi anche: “Il massacro delle donne”. Good morning Calabria!  
Donne delSud   Le Donne, la mafia di R.Siebert ]


4 comments

  1. intanto non lasciando nell’indifferenza certe storie…sono molto amareggiata anche perchè mi pare che l’unico commento sia venuto dalla napoli, e neanche piu’ mi chiedo “la sinistra” in calabria dov’è. scomparsa questo è certo.

  2. […] Da “scomparse” a “suicidate”    , “Scomparse”.  , Una lettera pubblicata tardivamente.  , “Il massacro delle donne”. Good morning Calabria!    , Donne delSud. , Quando le “pari opportunità” non sono di certo un obiettivo  , 25 settembre 2010, Reggio Calabria “in tempo di peste”., Agata Azzolina.  , Un coraggioso ed autentico momento di restituzione , Dal diritto di sangue al potere del sangue.  , Adotta la Calabria! Ovvero: a proposito di un distorto senso del diritto di cittadinanza. , ‘Ndranghetown ed ecografie mammarie.  , La lunga notte calabrese… , Chi ha paura dei “gatti”?   Like this:LikeBe the first to like this post. Questo articolo è stato inserito il mercoledì, 31 agosto 2011 alle 9:55 am and tagged with donne e 'ndrangheta, petizione per donne testimoni di giustizia e pubblicato in A Sud, Violenza di genere. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. « Calabria, donne suicidate. Ma da chi? […]

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