Il passaporto grigio.

Il passaporto grigio, Condizione lavorativa e percorsi individuali dell’immigrazione femminile in Calabria di Lucrezia Scordamaglia-Quaderni Mediterranei 2006, è uno studio dedicato al percorso migratorio ed alla condizione di vita e lavorativa delle donne straniere residenti in Calabria, nato nell’ambito del progetto Interlab-Laboratorio per la mediazione culturale. 

Un bellissimo libro corale nel quale tante donne si raccontano, pieno di humanitas delle donne intervistate e della donna che dialoga con loro, e  composto: da dieci interviste (Gosia, Nika, Raisa, Miglena, Safiya, Joanna, Rozaliya, Aisha, Hana, Nadia), da alcune tabelle – che riportano i risultati di elaborazioni statistiche- e da una lunga introduzione nella quale viene spiegata l’evoluzione del fenomeno migratorio in Calabria, ed il rapporto tra donne immigrate e lavoro, nella consapevolezza che la diversità di genere influisce sia sulle motivazioni che spingono alla migrazione sia sulle opportunità d’inserimento sociale e lavorativo nel paese di destinazione.

 

Tra tutte, per gentile concessione dell’autrice, qui la storia di HANA. Lucrezia mi ha chiesto incuriosita come mai ho scelto proprio Hana. Non saprei rispondere con certezza, posso dirvi di sedervi comode-i, magari in una stanza tutta per noi, e di leggere con calma…

[ Dall’introduzione:

“” […] – La voce delle donne –

Le interviste che presentiamo sono state realizzate con l’obiettivo di conoscere e far conoscere i percorsi individuali, faticosi ed entusiasmanti, dell’immigrazione femminile in Calabria e della particolare condizione lavorativa che la caratterizza.

Alcune delle donne incontrate hanno voluto illuminare la narrazione aprendo uno spiraglio anche sulla propria vita affettiva e sulle emozioni che hanno accompagnato tutta l’esperienza migratoria sin dalla partenza, a volte lontana nel tempo e dolorosa da rievocare.

Delle dieci interviste raccolte tra il 2004 ed il 2005, quattro sono state rilasciate da persone occupate nel settore agricolo, tre nei cosiddetti servizi “di cura”, due nel commercio e nei servizi alberghieri e solo una nel manifatturiero/artigianale, unica imprenditrice di fronte a nove lavoratrici dipendenti.

La provenienza delle donne intervistate è ricollegabile a due grandi aree geografiche: l’est europeo (Polonia, Ucraina, Russia, Bulgaria, Lituania) e i paesi dell’Africa settentrionale (Algeria, Tunisia, Marocco).

La traccia dell’intervista è stata elaborata con l’intento di enfatizzare la ricostruzione storica del l’inserimento lavorativo, ricercando connessioni con l’appartenenza culturale e l’iter formativo, per poi stimolare una forte riflessione sulla condizione lavorativa presente e futura.

L’utilizzo del registratore ha consentito una fedele trascrizione del materiale verbale e la possibilità di ridurre al minimo le inevitabili limature delle asperità linguistiche che, senza alcun intervento, avrebbero reso meno fluida la lettura del testo. Nonostante ciò, lo stesso registratore a volte è stato spento, su richiesta delle persone che non desideravano dare una dimensione pubblica ad alcune vicende del proprio mondo privato. Sono stati omessi o sostituiti con altri fittizi i nomi delle intervistate ed i riferimenti a persone e località che potevano essere facilmente identificate.

Il clima relazionale, le pause, le risate, le parole trattenute e poi liberamente pronunciate, sono solo in parte riproducibili e rimangono patrimonio esclusivo del rapporto tra intervistatore e intervistato.

Solo due delle donne incontrate hanno offerto una vera e propria “biografia migratoria”, ricca di divagazioni sul proprio vissuto, sui significati affettivi delle proprie scelte e sulla capacità di affrontare e superare i problemi con strategie originali e veri e propri colpi di scena. Nelle altre interviste è prevalso un modello “estrattivo- informazionale” che non ha in ogni caso impedito ampi riferimenti alle storie personali e familiari.

Ci sembra infine opportuno tentare di recuperare un filo conduttore nelle interviste realizzate, non per improvvisare generalizzazioni, ma per la ragione opposta: prescindere da possibili letture stereotipate e deindividualizzate per restituire significato alle storie delle persone, che si muovono fuori e dentro i fenomeni collettivi e a volte anche in controtendenza rispetto a questi.

Nessuna delle donne che abbiamo conosciuto ha potuto raccontare di un inserimento lavorativo regolare, se non come risultato di un processo che si sviluppa nel tempo, che è frutto della percezione graduale dei propri diritti sociali e di una battaglia personale estenuante per esigerli concretamente.

La condizione di irregolarità, per quanto riguarda i documenti di soggiorno, non viene riferita come fonte d’ansia perché il messaggio implicito dell’ambiente ospitante è che se si lavora silenziosamente, evitando ogni forma di dialettica contrattuale, non si diventa visibili e non si attirano le attenzioni degli organi di controllo. Questa dimensione di invisibilità sociale può durare anni ed essere percepita come una condizione naturale e tutelante, ma non facilmente reversibile.

Le donne intervistate hanno una discreta “anzianità” migratoria e,nonostante le difficoltà connesse alla condizione lavorativa, non sembrano valutare la prospettiva di una migrazione interna, verso il nord del paese, quasi sempre perché hanno costruito nicchie di vivibilità e di sufficiente sicurezza per sé e per i familiari. In alcuni casi invece questa incapacità di rilanciare il proprio progetto migratorio sembra il prodotto di un’esperienza frustrante e di uno scarso sentimento di fiducia in sé stessi.

La nazionalità non sembra rappresentare una variabile decisiva nelle forme di sfruttamento descritte, mentre appare decisiva la condizione d’irregolarità nel soggiorno, che sospinge le donne ad inserirsi in particolari settori produttivi, dove è più diffuso il lavoro nero ed è più facile provvedere alla sostituzione della manodopera.

Le narrazioni ci suggeriscono la necessità di indagare meglio sulla convergenza, spesso rilevata dalle statistiche, tra nazionalità e propensione a svolgere determinate mansioni. Il nostro lavoro ci fa ipotizzare, infatti, che l’iter formativo individuale e alcune caratteristiche personali possano rappresentare variabili causali significative nella scelta del tipo di occupazione. Riteniamo ovviamente che le caratteristiche del mercato del lavoro e i modelli culturali di provenienza vadano tenuti in considerazione, ma senza optare per rigide corrispondenze, che noi consideriamo vagamente discriminatorie e comunque non rispondenti alla realtà.

Il lavoro di assistenza alla persona (colf/badanti) viene descritto come quello a più alto tasso di stress psicologico, sia per la ripetitività dei compiti che per l’isolamento relazionale in cui si svolge. Tuttavia, è sempre la condizione di sfruttamento e l’impossibilità di godere di un adeguato riposo giornaliero e settimanale, che fa dire ad alcune donne, impegnate nell’assistenza ad anziani non autosufficienti, di aver percepito sentimenti di depersonalizzazione e depressione, nel corso della propria esperienza.

Nel viaggio che le porta a vivere in Calabria, in una condizione di solitudine e di grande fatica psico-fisica, alcune delle donne intervistate raccontano di una ritrovata spiritualità, nella quale è possibile ricercare risposte ai propri interrogativi esistenziali ed ottenere un potente sostegno psicologico nei momenti più critici. La dimensione religiosa appare cruciale anche per quelle donne che appaiono alla ricerca di una precisazione culturale della propria identità, dove la cultura ospitante può apparire sfilacciata o comunque non abbastanza rassicurante.

La migrazione delle donne che abbiamo ascoltato, e almeno in parte conosciuto, solo occasionalmente ci è sembrata anonima e priva di speranza; nella maggioranza delle interviste essa è apparsa anche come un viaggio lontano dalla tradizione, dalle aspettative familiari, dai destini sociali preannunciati. Ogni progetto migratorio è inevitabilmente anche un originale progetto esistenziale, nel quale la libertà, l’indipendenza economica, ma anche gli affetti familiari e i ruoli sociali rivestiti, sono il risultato di una scelta soggettiva, più libera e piena di possibilità di quanto non sembri. […] “”]

E’ passato qualche anno dalla pubblicazione di questo libro, le cose nel frattempo sono cambiate (sia in Calabria che altrove), mi piacerebbe molto sapere cosa ne è di Hana e le altre, se  loro aspettative di vita si sono realizzate, mi piacerebbe sapere cosa ci racconterebbero oggi, magari senza saperlo ci siamo incrociate distrattamente per strada.


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