In direzione ostinata e contraria. Appello del Centro Lanzino

Atterrita, turbata, confusa, avvilita……..

Della situazione dei centri antiviolenza in Calabria ne abbiamo un’idea abbastanza chiara (qui).

Sappiamo per certo che fino allo scorso anno il centro Roberta Lanzino di Cosenza, aperto da vent’anni e facente parte della Rete Nazionale dei centri antiviolenza, era l’unico centro in Calabria in grado di poter garantire tutto cio’ di cui  una donna, che decide di rompere il muro del silenzio, ha necessità (dal centralino attivo 24 ore su 24, al sostegno psicologico, all’ospitalità per donne e bambini, alla consulenza legale, ma soprattutto ad occuparsene solo donne, altamente qualificate e formate).

Sappiamo che lo scorso anno la Regione Calabria ha finanziato sei nuove associazioni “che si occupano di violenza alle donne”(i contributi non verranno  erogati a partire da questo novembre).

Ma in che modo se ne occupano, si sa?Hanno veramente tutti i requisiti e le caratteristiche, necessarie per ricevere i fondi?E da chi sono gestite queste associazioni?

A Catanzaro, ad esempio, ad avere i contributi regionali è stata la Fondazione onlus Città Solidale,costituita dall’Arcidiocesi di Catanzaro, e dunque come da statuto: “fedele ai principi ispiratori della Caritas ed alle sue finalità pedagogiche e pastorali“. La Fondazione Città Solidale, fino allo scorso anno non si occupava di violenza alle donne, ma ha iniziato la sua attività facendo assistenza e recupero di minori a rischio di devianza, successivamente ha ampliato la gamma dei “servizi”.

Il Lanzino di Cosenza non è UN centro antiviolenza calabrese, come ho avuto modo di leggere oggi, ma è IL centro antiviolenza presente in Calabria. Presente a metà, senza cioè  la Casa Rifugio da giugno.

“««Alla fine di giugno abbiamo chiuso la nostra Casa Rifugio per donne in difficoltà. Non per scelta dettata da nostra incapacità o svogliatezza o dalla mancanza di donne necessitate. Purtroppo abbiamo chiuso la Casa Rifugio per mancanza di fondi». E così una delle strutture più importanti impegnate nel contrasto alla violenza sulle donne e intitolato a Roberta Lanzino (in foto), la studentessa cosentina violentata e uccisa nel luglio 1988 mentre stava andando con il suo motorino a Falconara Albanese, sul Tirreno cosentino, chiude i battenti. La nota arriva proprio dal Centro contro la violenza alle donne Roberta Lanzino: «Per scelta, invece non lo abbiamo comunicato ai media. Scelta pensata e meditata a favore di tutte quelle donne in procinto di denunciare, pronte a rompere il muro del silenzio. Le avremmo impaurite, lasciate sole, non accompagnate nel difficile percorso di uscita attraverso un’accoglienza rifugio volta al loro rafforzamento e a mettere loro in sicurezza; abbiamo evitato di comunicarlo nella stagione estiva sempre troppo ricca di episodi, non certo sporadici, di maltrattamenti e violenze dentro e fuori le mura domestiche. Il nostro cellulare di emergenza ha continuato a squillare nei mesi di luglio e agosto e noi abbiamo continuato a rispondere, pur da volontarie, cercando di far sentire meno sole e di indirizzare le donne in difficoltà». «Hanno chiamato anche assistenti sociali e psicologhe dei consultori della provincia di Cosenza, di Catanzaro, di Crotone – è scritto ancora nella nota – chiedendo un posto sicuro per donne che subivano violenza e avevano bisogno di allontanarsi immediatamente con i loro figli minori. Abbiamo risposto, e ci dispiace, che la nostra casa non è più disponibile; abbiamo fornito loro i numeri di telefono di centri di accoglienza fuori della Calabria che hanno qualche disponibilità, pur sapendo come sarà difficile per queste donne spostarsi dal loro ambiente e dai loro legami. I pochi Istituti religiosi della nostra regione che hanno la possibilità di ospitare donne con minori hanno sempre poca disponibilità e non riescono a gestire l’emergenza. Del resto le istituzioni regionali, provinciali e comunali ben sapevano delle difficoltà economiche del Centro e non sono riuscite, o non hanno voluto, sostenerlo». «E’ vero, la cultura del rifiuto della violenza, della denuncia dei soprusi – riporta ancora il documento – comincia, seppur con difficoltà e lentezza, a farsi spazio tra le donne di Calabria; il rischio che intravediamo è quello dell’inerzia delle istituzioni che, poco attente e vigili, non si adoperano per sostenere e valorizzare quei luoghi, quelle strutture di accoglienza, dove le donne possono rifugiarsi in sicurezza, per riprendere in mano la propria vita. Una Legge Regionale (n. 20 del 21 agosto 2007 ‘Disposizioni per la promozione ed il sostegno dei centri di antiviolenza e delle case di accoglienza per donne in difficolta») ha finanziato per un anno sei nuove associazioni che si occupano di violenza alle donne. Quanti ancora funzionano, quali possibilità hanno di continuare la loro attività? Chiediamo agli amici giornalisti di farsi carico di questa indagine. Non vogliamo che la cultura del riconoscimento della violenza di genere e della sua lotta sia un fatto puramente formale e di immagine. Per questo chiediamo alle istituzioni di manifestare reale interesse per affrontare e cercare di porre rimedio ai gravi problemi sociali connessi con la violenza alle donne». «Per finire una rassicurazione: il Centro contro la violenza alle donne Roberta Lanzino – conclude la nota – continua ad offrire la sua prima accoglienza in sede e le sue consulenze legali, psicologiche, ginecologiche, la sua attività formativa per le scuole e per gli operatori dei servizi; almeno fino ad esaurimento fondi. Di certo non possiamo più ospitare le donne in grave pericolo nella Casa Rifugio. E non è poco».(fonte)

Della r-esistenza quotidiana delle donne del centro Lanzino e di come siano riuscite, nonostante tutto e tutti (!), a far VIVERE il centro e quindi ad aiutare concretamente moltissime donne grazie alla loro lotta senza sosta ce ne aveva già parlato Antonella Veltri qui.

Mi unisco all’appello fatto dalle donne del Centro Lanzino  e chiedo a tutte le donne e a tutti gli uomini di fare altrettanto, augurandomi che chi lavora per giornali ed emittenti radiotelevisive dia risalto e si occupi della notizia ma soprattutto che le Istituzioni comprendano la gravità della chiusura della Casa Rifugio del Lanzino e l’enorme danno all’intera comunità che  una eventuale chiusura del Centro stesso comporterebbe.

FACCIAMO LA “CONTA”! VOGLIAMO DI NUOVO LA CASA RIFUGIO!

Se all’appello seguirà il silenzio, sarà gravissimo.

(A proposito dell’importanza dei centri antiviolenza come presidi di contrasto anche vedi: qui o anche qui)

8 comments

  1. Violenza sulle donne, MediterraneaCav pronta a rilevare la casa rifugio “Lanzino”

    CINQUEFRONDI (REGGIO CALABRIA), 19 SET – “Il MediterraneaCav, Centro antiviolenza e Casa d’Accoglienza per donne e minori di Cinquefrondi in provincia di Reggio Calabria si dichiara ben disposto a rilevare la Casa rifugio del Centro Lanzino, facendosi eventualmente carico di debiti pregressi, nonché di tutte le spese inerenti la gestione, al fine di garantire la prosecuzione del servizio e soprattutto per non rendere vanificata, l’opera lodevole sino ad ora resa dalle operatrici e dalle professioniste”. E’ quanto si afferma in una nota a firma del presidente del MediterraneoCav, Emilio Ierace. “Apprendo dalla stampa, che la struttura di Cosenza ha chiuso i battenti alla fine di giugno (pur dandone notizia soltanto adesso) – prosegue Ierace – per via di difficoltà economiche che rendono impossibile l’accoglienza di donne e minori in difficoltà presso la loro struttura. MediterraneaCav in forza della regionale n. 20 del 21 agosto 2007, di cui sono l’ideatore e il relatore gestisce attualmente lo Sportello provinciale antiviolenza di Reggio Calabria e lo Sportello di prima accoglienza di Cinquefrondi, ove vengono garantite le consulenze psicologiche, psichiatriche, legali a donne e minori in difficoltà, che abbiano subito l’onta nefasta della violenza di genere, diretta o assistita, intra ed extra famigliare”. “Ci dispiace che il Centro Lanzino – sostiene ancora Ierace – in questo periodo di inattività, non abbia ritenuto di dover fare riferimento al nostro Centro antiviolenza, che garantisce in ogni momento, consulenze anche telefoniche grazie al numero verde e contact center 800.031.330 attivo 24h, voluto dall’amministrazione comunale di Cinquefrondi attraverso i progetti previsti dalla succitata legge 20, facendo invece ricorso a centri fuori dalla regione”. “Auspico pertanto, nell’attesa di ricevere riscontri, circa la disponibilità del Centro Lanzino – conclude Ierace – che parta da tutte le istituzioni interessate, la giusta e doverosa attenzione, poiché il servizio che garantiamo è ascrivibile ed a favore delle cittadine e dei cittadini bisognosi, nonché opera ritenuta di straordinaria importanza, rispetto ai quali le istituzioni, appunto, debbono esercitare la tutela”.(ANSA).

  2. Ho l’impressione che il sig. Ierace abbia qualche difficoltà a cogliere l’essenza dei presidi di contrasto. Tanto per cominciare un centro antiviolenza (con annessa casa rifugio) non è un’impresa da rilevare.

    Dispiace molto vedere come in Calabria buoni strumenti legislativi possono essere usati non proprio a servizio delle cittadine e dei cittadini. Dispiace molto vedere come una legge regionale, la 20 del 21 agosto 2007, sia stata usata e venga usata per finalità diverse da quelle dichiarate, cioè per fare “business”.

  3. Ho conosciuto Roberta negli occhi di Matilde. Che, per citarti, è LA madre. Non di Roberta. Non solo. Matilde è la madre di tutte le ragazze che hanno paura. Che non hanno la forza.
    Era la fine dello scorso anno. Era a Cicala, piccolo centro della Sila catanzarese attivissimo sul sociale, grazie all’associazione la Giurranda: giovani donne e giovani uomini uniti per combattere soprusi e ingiustizie. Non ho avuto dubbi. Ho dato immediatamente la mia disponibilità per qualunque cosa (anche le pulizie dei pavimenti o dei cessi, pur di aiutare quelle ragazze e i piccoli, avevo detto).
    Matilde mi ha guardata, da dietro quelle lenti scure con cui cerca invano di nascondere la propria lacerazione, quasi a dirmi “avremmo bisogno di ben altro”. Ma la sua gratitudine è stata come la sua disponibilità e la sua dedizione agli altri: immensa, priva di confini.
    Il centro è molto vicino alla mia dimora cosentina. Purtroppo non lo sono stata io, sufficiente vicina alla mia dimora cosentina. Così sono passate le settimane. E i mesi.
    In questa estate densa e dai ritmi serratissimi mi sono fermata più di una volta. Il cancello-portone chiuso. Avrò sbagliato orario, mi sono detta. Ma non c’era traccia neppure di auto parcheggiate. Ho provato con costanza. Poi mi sono convinta che il periodo avesse decretato qualche cambio di sede.
    Stupida. Stupida io a darmi una spiegazione plausibile pur di non approfondire la verità. Stupide le istituzioni che, come me, girano la testa dall’altra parte e si convincono che un centro valga l’altro. Un finanziamento valga l’altro. Anzi, no: quelli verso i compari valgono di più.
    Non so se potrò fare qualcosa. Ma ci sono, adesso. Con gli occhi ben aperti, le asticine di Dalì a reggere le palpebre per evitare di non vedere. Facciamo qualcosa. Oltre la denuncia.
    Il centro deve riaprire. Senza se e senza ma.

  4. Cara “Suddegenere“ la prego di desistere da queste banali e per niente costruttive critiche.
    Ci dispiace se la nostra amministrazione riesce a prelevare presidi che sono sull’orlo della chiusura, ma non è colpa nostra se le altre realtà associative finiscono i soldini elargiti dalla regione prima di noi..
    Ho l’impressione che voi altre donne, professioniste del femminismo più becero e coatto, fate un po troppa retorica e pochissima assistenza. Un consiglio da amico collega: “DATEVI DA FARE” ALTRIMENTI NON VI CREDERA’ PIU’ NESSUNO, ALTRO CHE “ONTA E BUSINESS”.
    Vi giungano a tutte, i più cordiali e sereni saluti.
    Dott. Emilio ierace

  5. Dott. Ierace le mie critiche saranno anche ovvie ma si riferiscono a situazioni che nella realtà accadono, per cui già solo il “parlarne” credo sia costruttivo.
    Notoriamente i centri antiviolenza vivono nella precarietà e nella difficoltà di riuscire a “campare”, lo sanno anche i bambini.
    Non so, e non glielo chiedo perchè dovrebbe pensarci quacun altro, come la sua “amministrazione” potrebbe riuscire dal punto di vista economico a “prelevare” un presidio, di sicuro sanno TUTTI come da vent’anni a questa parte ci riescono le donne del Lanzino.
    Fare illazioni circa il loro operato e la loro amministrazione è oltremodo vergognoso, soprattutto da parte di chi, come lei in qualità di “professionista dell’antiviolenza”, pensa di poter fare l’avvoltoio in un momento di difficoltà.
    Mi auguro pertanto che le offese che rivolge a me, che non sono neppure una operatrice del Lanzino e che rispedisco al “pulpito” del mittente con una certa dose di educazione, non siano rivolte anche a loro.
    Lei non è per niente amico e neanche collega, per cui puo’ risparmiarsi i consigli di credibilità, pensi piuttosto alla sua. Pubblico questo suo commento solamente perchè è giusto che lei dia chiara un’immagine di sè, e le comunico che qualunque altro genere di invio posta da parte sua verrà molto democraticamente moderato.
    E tanti saluti.

  6. Mi inserisco nella discussione rivolgendomi al dr.ieraci per chiarire alcuni punti:
    1. i centri antiviolenza sono costituiti da donne e lavorano nell’ottica della differenza di genere e nella pratica della differenza sessuale ritenendo la violenza maschile alle donne una violenza che ha radici nella disparità di potere tra i sessi.
    2. le presunte cattive amministrazioni insinuate non tanto larvatamente dal dr. ieraci mi impongono di comunicare che dal 1988 il centro antiviolenza lanzino ha faticato non poco per racimolare dalle nostre disastrate amministrazioni qualche soldo solo per pagare le locazioni e le utenze, non già per retribuzioni alle volontarie operatrici di accoglienza. non sono certo io a entrare nel merito della sua equilibrata e assennata “amministrazione di impresa” che, a mio avviso e per quanto mi risulta, è altro rispetto ad un centro antiviolenza pur avendo usufruito dei finanziamenti della legge regionale.
    3.certo saremmo ben felici se in calabria esistessero altri centri donna, con i quali magari fare rete, per prevenire e contrastare la violenza alle donne.purtroppo, fatto salvo pochissime esperienze nel vibonese, non ci risulta che vi siano altri luoghi di donne con i quali poter lavorare secondo metodologie e prassi ben consolidate, studiate insieme alle donne della Rete Nazionale dei Centri Antiviolenza, nella quale siamo autorevolmente presenti.
    Grazie comunque dell’attenzione.
    Antonella Veltri

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...