Lettere dal fronte, 1 (lottare è un imperativo etico)

Qualche mese fa, su un giornale dal quale aspetto ancora una risposta che non arriverà mai, ho letto un singolare commento di un lettore. Una  “riflessione su femminismo e femminilizzazione nella scuola italiana”, che troverete qui per intera.

… Ebbene, sono convinto che uno tra i principali problemi della scuola italiana (non l’unico, è ovvio) sia rappresentato dall’eccessiva femminilizzazione….

….Ebbene, lo scarso valore economico riconosciuto alla professione docente in Italia, deriva almeno in parte dalla eccessiva femminilizzazione nella scuola. Infatti, le donne che insegnano sono nella quasi totalità madri e mogli, impegnate ad attendere alle faccende domestiche e accudire la prole, relegate in ruoli marginali rispetto ai coniugi, che magari svolgono funzioni più vantaggiose e remunerative sul piano economico.
Pertanto, le insegnanti che sono anche mogli e madri non hanno molto tempo, né voglia per dedicarsi ad attività sindacali e sociali, e tantomeno per occuparsi di politica. Per le medesime ragioni, quando si tratta di lottare e rivendicare i propri diritti, ottenere miglioramenti nella propria condizione lavorativa, le insegnanti (mogli e madri) tendono a sottrarsi e disimpegnarsi in modo decisivo, per cui il potere contrattuale della categoria si è ridotto progressivamente.
Il mio non è un atto d’accusa nei confronti della presenza femminile nella scuola e nella società italiana, anzi. Il mio intento è esattamente quello di ridestare le coscienze assopite delle donne, distratte da troppi impegni familiari e di altro tipo, siano esse insegnanti, madri e mogli, siano esse indipendenti, perché la liberazione della società passa anche attraverso l’emancipazione effettiva delle donne da una condizione di marginalità e subalternità a cui ancora sono costrette nella società italiana, in vari ambiti professionali, ma ancor più sul versante del potere politico decisionale. “”

Mi complimento con l’analisi del Signor Lettore che rivela una acuta e profonda conoscenza storica delle situazioni socio-politiche ed economiche del nostro paese (!), ed usa il classico metodo del bastone e della carota, infarcito di un sessismo strisciante.

Donne!Se la scuola va a rotoli è soprattutto colpa nostra!Non è colpa completamente di chi amministra e ha amministrato, in saecula saeculorum, indegnamente la cosa pubblica. Non è colpa di una logica politica che ha progressivamente sminuito il valore della cultura, inseguendo un’ottica miope che annulla anche il concetto di ricerca come risorsa fondamentale. No, è colpa delle donne che stanche, dimesse, affaccendate in altre faccende e incuranti del “resto”, si “disimpegnano in modo deciso” e non sanno protestare! Stupefacente….

Non esiste controimmagine migliore di quella che mi arriva dall’amica campana Marcella Raiola, che per l’appunto ha scelto come professione l’insegnamento, ed è una delle tantissime donne in mobilitazione in questi giorni:

“ “CARISSIMI COLLEGHI (includo Ata, Collaboratori etc. etc., ovviamente, perché la scuola si regge grazie allo sforzo di TUTTI quelli che vi lavorano con devozione)…

noi pallosissimi insegnanti del liceo classico, spesso sottoponiamo agli alunni testi da tradurre che contengono quelle che noi gli insegnamo a chiamare “parenèsi”, cioè discorsi di esortazione, di incitazione, specie alla lotta. Gli facciamo anche leggere classici in cui si trovano questi discorsi, che spesso sono esaltanti, se attualizzati, come quello di Calgaco, nell’Agricola di Tacito, che ispirò il movimento del ’68 (Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant: dove fanno il deserto, lo chiamano “portare la pace”… Chi non ricorda questo famoso slogan antimperialista?), oppure come il discorso contenuto nella lettera di Mitridate, re del Ponto, ad Arsace, nelle Historiae di Sallustio, dove Mitridate, CONVINTO di poter BATTERE i Romani (che all’epoca non parevano affatto imbattibili e che spesso hanno vinto con il denaro e la corruzione, non col valore militare!) chiama i Romani “raptores orbis“, predatori, stupratori del mondo intero (vd. l’inglese “rape”)…

Noi facciamo notare agli alunni la climax, il tricolon… Ma è difficile scrivere un discorso “parenetico”, per noi, specie se le truppe sono demoralizzate, stanche, esasperate e confuse.

E tuttavia, bisogna farlo!

Amici, a nessuno sfugge che il moltiplicarsi di iniziative estemporanee ma “estreme”, come gli scioperi della fame condotti dai colleghi palermitani, livornesi, milanesi, beneventani, ha catalizzato dei processi e polarizzato l’attenzione degli “altri” sul pianeta scuola. Il sussulto di dignità che la scuola ha avuto sta facendo breccia nel sentire comune e sta demolendo gli stereotipi diffamatòri creati e diffusi dal governo per poter poi “tagliare” la testa al personale scolastico in una misura mai contemplata.

Gli occhi espressivi e fissi di Giacomo e lo sdegno di Caterina, in sciopero della fame a Montecitorio, in una piazza “di potere” al momento presidiata dal popolo, occupata dal popolo, pretesa dal popolo, che del potere deve essere il detentore consapevole e culturalmente avanzato, sono andati anche al di là della denuncia relativa alla scuola: hanno risvegliato le coscienze narcotizzate, esortando gli spettatori a ridiventare cittadini, a dire parole, a pensare pensieri critici, a sputare sullo schifo indicibile che ci sommerge, a cacciare i mercanti dal tempio delle istituzioni.

Prodi vinse il suo confronto televisivo contro Berlusconi perché disse una parola che non fa parte del gergo politico, ma che la politica dovrebbe avere in fondo ad ogni suo percorso e progetto. La parola era: FELICITA’. Noi l’abbiamo dimenticata. Abbiamo solidarietà, gioia dello stare insieme nella disperazione e nell’analisi lucida delle nostre condizioni, letizia nell’apprendere di un successo, sorriso di incoraggiamento, ma non proviamo più la felicità. Prodi perse il suo potere perché trascurò la felicità promessa e si dispose a contare banconote, a far quadrare i bilanci, deludendo le aspettative dei suoi elettori sul fronte emotivo e psicologico. La gente si sentì beffata e corse di nuovo dietro al pericoloso pifferaio che la felicità non la prometteva, ma la incarnava, facendola coincidere, però, col crasso godimento volgare.

Diceva Eraclito: “Se la felicità stesse nei beni materiali, allora dovremmo dire “felici” i buoi quando trovano cicerchie da mangiare!” . I buoi sono sempre nelle nostre mangiatoie. E’ ora di aggiogarli e mandarli ad arare i campi che hanno saccheggiato!

Oggi, altri occhi espressivi ho incontrato, occhi che non conosco ma che ora riconoscerei tra mille, occhi che brillavano e brillano di determinazione. Ero andata all’assemblea dei precari, presso la solita sede, con la solita prospettiva di ritrovarmi assieme ad altre 10-15 persone al massimo a discutere del da farsi, a deprecare, a esecrare e deplorare. A un tratto, mi sono ritrovata all’altro capo della fila di sedie. Ho fatto spazio ad una, un’altra, un altro e un altro ancora. Entravano da sconosciuti, ma si guardavano e ci guardavano come se fosse la millesima volta che entravano. Non sono servite presentazioni né preamboli.

Mentre i coordinatori parlavano a tutti, in una sala mai così gremita, e ascoltavano le proposte di tutti, mi è venuto in mente un brano di una famosa canzone di De Gregori, che dice:”E poi la gente, perché è la gente che fa la storia, quando si tratta di scegliere e di andare, te la ritrovi tutta con gli occhi aperti, che sanno benissimo cosa fare; quelli che hanno letto un milione di libri e quelli che non sanno nemmeno parlare; ed è per questo che la storia dà i brividi: perché nessuno la può fermare”…

Un brivido mi ha veramente percorso, perché la gente davvero sa dove andare, quando comincia a capire che E’ la Storia, che FA la Storia, che PUO’ SCRIVERE la Storia.

E? retorica? Scusate…, ma noi che insegnamo??? RETORICA, ARTE DEL DIRE, ARTE DEL COMMUOVERE E PERSUADERE, ARTE DEL RIUTILIZZARE FUNZIONALMENTE PAROLE GIA’ DETTE PER DARE DIGNITA’ AL NUOVO O PER DESTITUIRLO DI FONDAMENTO!! Noi che la spieghiamo, cerchiamo, allora, di somatizzarne i valori!

NON CE NE FREGA NULLA SE VINCEREMO O PERDEREMO: LOTTARE E’, OLTRE CHE UN IMPERATIVO ETICO, UN OBBLIGATO PASSAGGIO PEDAGOGICO E DIDATTICO: Come entreremo, se mai entreremo più, in una classe, come potremo autodefinirci, se la nostra faccia non sarà associabile ad un solo slogan, ad una piazza, ad una lotta? Con che legittimità spiegheremo la parenèsi ai ragazzi, se non ci saremo mai fatti sedurre dalle sue sirene? Chi crederà alla nostra buona fede, alla nostra autenticità?

Mitridate ha perso, ma al potere c’era Pompeo, c’era la Res publica romana, c’era il mos, c’era la Politica. Il nostro nemico non è un Cesare magnanimo, uno Statista: è uno squallido fenomeno da baraccone, uno spettro che rifugge dalla luce proiettata dalla cittadinanza attiva.

Non pensiamo a cosa faranno “loro”, a come ci risponderanno, a cosa “ci faranno”; pensiamo a cosa fare, a come rispondere, a cosa gli faremo. Cominciamo a scrivere la storia. Le sconfitte sono le cose più feconde, per la storia. Tutti quelli che hanno scritto la storia sono stati uccisi, sono stati apparentemente sconfitti, ma hanno cambiato qualcosa, spesso tutto…

Nei prossimi giorni, da domani all’8 settembre, la Storia la scriveremo davanti ai provveditorati e in piazza a Roma. Una storia piccola piccola, che può diventare, però, nei libri del domani, un modello di resistenza per generazioni che non intendano “cascarci” più.

TUTTI IN STRADA A MANIFESTARE!””

In un messaggio personale ieri Marcella, mi scrive:

“…Domani notte partiamo per Messina per “invadere lo Stretto”. A nome anche di tuo figlio, che merita IL MASSIMO e un FUTURO perlomeno IPOTIZZABILE!”

Un GRAZIE DI CUORE a Marcella e a tutte le docenti (piu’ numerose degli uomini!) e i docenti che lottano anche per i nostri figli e la comunità intera.

(foto del Presidio CPS presso U.S.R. Di Napoli 02/03/09/2010  di Vito A.S.Palmeri, su fb)

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