Dal diritto di sangue al potere del sangue.

 

 



“..La prima impressione che ho avuto quando, a gennaio del 2000, sono arrivata in Calabria per lavoro, è stata di disagio. Femmina e piemontese…” Cosi’ inizia a raccontarsi Paola Bottero, nel sito dedicato a Ius Sanguinis, rabbia impotenza e speranza nella punta dello stivale, il suo primo romanzo, edito da Città del Sole nel 2009, che da pochissimo ha festeggiato la ristampa accompagnata da un grande successo di pubblico.

Giornalista ed esperta di comunicazione e di sviluppo strategico, Paola è nata a Torino ma oggi vive tra Roma e Cosenza.Dal nord è finita al sud, dove ha trovato la sua nemesi ed il suo completamento, secondo la valutazione di Dario Olivero, giornalista di Repubblica.

Paola si definisce “calabrese di adozione”, direi piu’ che altro che la Calabria le è entrata nelle viscere, cosi’ tanto da aver scritto questo libro che si legge tutto d’un fiato, in maniera  inevitabile e dolorosa.

Ius Sanguinis si compone di due parti narrative ed un’appendice che raccoglie articoli e documenti inerenti ai fatti narrati, e comprende un lunghissimo elenco di morti ammazzati a partire dal 2004. Solo a sfogliarlo viene un indicibile sconforto. Nomi di persone dai mestieri piu’ differenti: parrucchieri, macellai, benzinai, titolari di autolavaggio, e accanto ad ogni nome una sola frase nessun colpevole trovato.

Nella prima parte, tre storie: quella di Alice, Roberta e Federica. Alice, è la storia di una  ragazzina vittima della violenza di un fidanzato geloso, ed è  ispirata a fatti di cronaca. Basate  su fatti realmente accaduti invece la storia di Roberta, sorella di Gianluca Congiusta (imprenditore di Siderno ucciso dalla ‘ndrangheta) e quella di Federica Monteleone, la ragazzina sedicenne  morta in seguito a quella che sarebbe dovuta essere una banale operazione di appendicite nell’ospedale di Vibo Valentia.

Nella seconda parte, frutto della fantasia dell’autrice,  la storia di Lisa, segretaria tuttofare di un politico, che sembra adeguarsi alle situazioni di collusione e ambiguità  scegliendo la comodità del silenzio. Lisa rappresenta la scelta consapevole del baratto: il silenzio in cambio di piccoli privilegi. O forse la rassegnazione di comodo, che è quella che tiene  tutti noi in ostaggio.Questa storia costituisce una parte a sè perchè probabilmente in essa sono racchiuse le domande e le risposte.

Che cosa è lo ius sanguinis è proprio Lisa a spiegarcelo.  Gigi è il politico compiacente, disponibile a favorire sia  personaggi ambigui che gente comune alla costante ricerca della “scorciatoia”; tutti impegnati a sostenere la mentalità clientelare. Gigi deve partecipare come relatore ad un convegno nel quale si parla di immigrati e delega Lisa, la sua affidabile segretaria, a trovare qualcuno che gli scriva l’intervento. A pochi giorni dal convegno mentre leggono assieme il discorso, si imbattono in queste due parole : ius sanguinis. E Gigi  è in difficoltà , perchè non riesce a comprenderne  il senso, il piu’ profondo ed essenziale, ed in piu’ ha un difetto di pronuncia della esse. Ne nasce una discussione accesa, la prima tra i due- la prima volta che Lisa sembra volersi ribellare-che ha fine solamente quando Gigi riesce a conferire ai due termini un suo personale significato, che viene puntualizzato in maniera sinistra proprio da Lisa.

““…”L’unico diritto di sangue che va bene in Calabria lo conosci meglio di me. Nasci calabrese, hai il diritto-dovere di versare il tuo sangue per la Calabria.”

“Diritto-dovere a versare sangue?Ma vi rendete conto di cosa state parlando?State dicendo che perchè sono nata in questa terra devo sottostare a tutte le regole della ‘ndrangheta?”

“Non a tutte, mia cara. Ma devi metterlo in conto. Ne abbiamo discusso un sacco di volte: sei qui, vai a prenderti un caffè, e se ti trovi nel posto sbagliato al momento sbagliato puoi anche non tornare piu’ a casa. Un regolamento di conti, una sparatoria, e chi si è visto si è visto”, In quell momento Lisa aveva perso le staffe. Gigi aveva cercato di calmarla, peggiorando la situazione. Eppure il suo discorso reggeva. “Sto solo cercando di dirti, mia cara Lisa, che I panni sporchi vanno lavati in famiglia. Da sempre e per sempre.Conosciamo le loro regole. Sappiamo come dobbiamo comportarci per lasciare le cose come stanno. E stiamo tutti bene”….(p.261)

La  discussione continua e si conclude cosi’:

Lisa, che fai? Ti arrabbi davvero?Sul serio parli?Che è ‘sta storia sul voi, ‘sta arringa alla Santoro?Ti ho chiesto solo se potevamo togliere ius sanguinis dal mio discorso.Ius sanguinis..riesco a dirlo!”

“Avevate bisogno di dargli il vostro significato.Essere calabrese significa maturare un diritto dovere. Quello di versare il proprio sangue senza lamentarsi. Senza ribellarsi.Senza parlare.Solo perchè questa è la Calabria. Perennemente in attesa di giudizio.”(p.264)

Eccoci spiegato allora cos’è lo ius sanguinis, il diritto di cittadinanza. E’ come se il fatto stesso di “appartenere” alla Calabria porti con sé il dovere di accettare. Un diritto di cittadinanza ottenuto per nascita che si trasforma nel potere del sangue, in un dover  versare il proprio sangue al quale è impossibile sfuggire.

Nel  libro pero’ l’autrice va ben oltre la dichiarazione d’intenti espressa all’inizio :

“..Il mio sforzo è stato quello di andare oltre, di scalfire la superficie coriacea dei luoghi comuni per raccontare il cuore, l’anima, la pancia, le emozioni di questa terra, di questa gente. La loro umanità è il vero sole che scalda la Calabria. E’ la conferma che esistono, da qualche parte, i piedi giusti. Quelli che potranno cambiare le cose. Quelli che potranno finalmente riprendersi la propria terra, la propria scarpa, questa punta di stivale cosi’ stretta per chi invano ha cercato di indossarla, ma cosi’ perfetta per loro…”(p.7)

Perchè  è composto da  vicende che hanno per  protagoniste  quattro donne .

Ogni storia è vissuta attraverso gli occhi di una donna che ci rende necessariamente partecipi del suo punto di vista, del suo dolore, del suo sentire; che ci fa addentrare nella molteplicità del nostro esser donne e ci da un’idea di cosa possa significare, anche, essere donna in una terra come la Calabria.

Esemplare in questo senso è la  storia di Alice, dove peraltro ci sono le voci di due generazioni a confronto, quella della figlia e quella della mamma che lavora da sempre come assistente sociale e che ci racconta storie di vite distrutte da meschine mentalità maschiliste con le quali è venuta a contatto per lavoro, e di come troppo spesso le donne che subiscono violenza in ambito familiare siano cosi’ terrorizzate, non trovino il coraggio o la volontà di allontanarsi dal marito e di denunciarlo, a volte in virtù di un distorto senso dell’onore e del rispetto verso il proprio coniuge. Proprio perchè la madre ha vissuto per interposta persona le subdole violenze domestiche, si preoccupa fin da subito, appena percepisce il comportamento ossessivo del fidanzato di Alice, anche se s’illude di “conoscerlo e di poterlo far ragionare”. Alice è una ragazzina circondata dall’amore e dalla comprensione dei genitori, serena e piena di sogni, ma travolta da un amore cieco e accecato. Cieco perchè non riesce a vedere quante qualità e capacità abbia Alice, e accecato da un’insana forma di ossessione-possessione che viene alimentata anche dai suoi amici, i quali non fanno altro che ripetergli come Alice, in quanto donna, debba adeguarsi allo stereotipo: le “femmine” sono tutte uguali , opportuniste in cerca di marito, finte vergini ma in realtà ben altro…. Questa storia ci offre numerosi spunti di riflessione: dal femminicidio alle modalità della violenza domestica, al ruolo della donna per come per lo piu’ viene riconosciuto ancora oggi di custode del focolare domestico, e  di come spesso la realizzazione personale venga identificata  con la realizzazione familiare. Il fidanzato di Alice non le riconosce alcun diritto se non quello di essere madre e moglie, e anche in questo ha un’idea precisa

“…Doveva lasciar stare tutte le balle del pianoforte. Da quando in qua una madre di famiglia suona il piano? Una donna di rispetto si prende il suo bravo diploma, trova un lavoro statale come quello della madre- meglio se in un altor ufficio, quello di donna  Angela era troppo impegnativo e troppo chiacchierato-, dove andare poche ore al giorno, o non andare proprio, come sua zia.

Una donna di rispetto- la sua donna- dopo il diplomasi fa accompagnare dal politico giusto per l’assunzione, fa le carte, sta in ufficio uno o due mesi, poi si sposa, e si prende I primi giorni. Dopo un po’ arriva il primo figlio, e sono altri due anni a casa di maternità con lo stipendio garantito, chef a sempre comodo. Poi il second, o il cugno giusto per essere assegnata a qualche segreteria politica in Consiglio, dove non si deve andare. Nemmeno per ritirare lo stipendio: te lo bonificano direttamente in banca. Fino alla pensione.Inizia a fare la regina della casa. Lava, stira, cucina, guarda I bambini, lo aspetta quando rientra la sera. La domenica si va a pranzo al ristorante, o dai genitori. Poi d’estate si prende una casetta in riva al mare, magari con un poco di fortuna si riesce a comprarla. E ci sig ode la vita tra spiaggia e grigliate notturne. Si vedono crescere I figli, si sbrigano un po’ di faccende. Ci si fa scappare anche un viaggio ogni tanto. Tutta la famiglia insieme, cioè. Lui di viaggi ne avrebbe fatti costantemente….”(p.40)

Ma a parlarci dell’esser donna è anche Roberta, timida, minuta, riservata, è sempre stata l’ombra del fratello ma soprattutto ne è cresciuta all’ombra e ha avuto come unica aspirazione nella vita quella di amare quel “gigante premuroso ed affettuoso”. Orgogliosa di essere la “sorella” e di presentarsi come la “sorella”. Tre anni, tre secoli, tre millenni, dalla morte del fratello per Roberta non ha importanza. A quel punto il mondo, la sua esistenza sono andate in frantumi, è possibile solamente percepire un vuoto, un limbo tra cio’ che è stato e cio’ che non sarà mai piu’. E’ il racconto di un’assenza dolorosissima alla quale non si riesce a dare spiegazione alcuna. Ma Roberta riesce a trarre la sua forza proprio da quella che era la forza di Gianluca. riesce a “vedere” oltre il dolore, come scrive Angela Potente nella sua bellarecensione ,che per “non darla vinta due volte agli assassini”, è necessario rompere il muro del silenzio e che il silenzio è figlio della paura e terreno fertile della ‘ndrangheta.

La storia di Federica poi è un vero pugno nello stomaco. La scrittrice  ci fa letteralmente entrare nei pensieri di questa giovanissima donna piena di vita, talento, ambizioni, amatissima dalla famiglia e noi ci ritroviamo con lei piena di speranze prima dell’ingresso in sala operatoria, siamo con lei durante l’operazione quando tutto va storto  e avvertiamo la sua paura, siamo con lei anche dopo, quando i suoi sogni e i suoi progetti spezzati diventano i nostri e avvertiamo forte l’ingiustizia del suo diritto negato alla vita. E ci commuoviamo di fronte alla delicatezza ed alla maturità di questa ragazzina che da morta, senza rabbia alcuna, ci parla dell’abbraccio universale dell’amore, di una vita che c’era,  fatta di suoni, danza, colori e di quella che c’è ora, fatta di sola luce.

Alice, Roberta e Federica hanno un approccio esistenziale comune, a mio parere: il fortissimo  legame con la famiglia, protettiva. Tutte e tre hanno nella famiglia un fortissimo punto di  riferimento:  nella storia di Alice è presente soprattutto la mamma che la conforta, le sta vicino e si offre anche di parlare con il fidanzato quando la ragazza decide di rompere con lui.  Ma ancora prima, con una modalità meridionale che ancora persiste, si preoccupa di prendere informazioni circa il ragazzo che le vorrebbe solamente offrire un passaggio con il motorino da scuola a casa,  addirittura dice “non voglio sapere come si chiama, ma CHI E‘”, e aggiunge “domani mi informo in ufficio”. Roberta addirittura è orgogliosa di essere l’ombra del fratello, tanto da dire: “non ero Roberta, non lo sono mai stata. Ero tua sorella. Quando camminavi al mio fianco e quando bruciavi le tue tappe”. Forse quella che piu’ appartiene a se stessa nella volontà di autodeterminarsi, nonostante la giovane età, è Federica. Ma anche lei si rifugia tra le braccia della nonna,permettendole di imboccarle  il cornetto della merenda .

Tutte  ad ogni modo, per versi differenti, finiscono per scontrarsi con una mentalità e una realtà scandite da sessismo, violenza e omertà.  Le loro vite non si toccano mai veramente, se non  Alice e Lisa in qualche modo alla fine, ma sono unite da un sottile filo rosso fatto di rabbia, impotenza e speranza.

E il silenzio. Sempre il silenzio che circonda le voci di queste donne e che  ci spinge a riflettere circa la necessità e l’urgenza di un risveglio delle coscienze, indubbio vantaggio della comunità intera.

Questo libro di Paola Bottero rappresenta un coraggioso e autentico momento di restituzione.

E’ coraggioso, perchè ci porta diritti di fronte alle nostre responsabilità, prima fra tutte quella di non cadere in cio’ che secondo la valutazione di Corrado Alvaro rappresenta la disperazione piu’ grande : “La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che essere onesti sia inutile”.

E’ autentico perchè anche attraverso la narrazione in prima persona ci fa sentire cosi’ vicini alle storie narrate da farci “vivere” la Calabria con un diverso metro di misura,  perchè privato dei  filtri dell’assuefazione alla “notizia”.

Ma soprattutto ne parlerei come di un romanzo di RESTITUZIONE perchè: restituisce alle vite spezzate delle vittime e dei familiari delle vittime l’essenza (verità?) delle proprie storie, vissute nell’impotenza, immerse in una cultura sessista e violenta, ma anche animate da grande dignità e forza morale.  Restituisce a tutti noi quei sentimenti di rabbia, pietà, compassione, ribellione, sete di giustizia e verità per lo piu’ sopiti dalle incombenze della vita quotidiana. Ci trascinadalla prima all’ultima pagina inesorabilmente e dolorosamente in un turbinio di sentimenti, facendo aderire alla nostra pelle il  rispetto che ognuno di noi dovrebbe portare per la vita, che è il nostro unico dovere e allo stesso tempo il nostro primo diritto.

Chi ha letto Ius Sanguinis non potrà mai dimenticare  la metafora meravigliosa della “punta dello stivale” usata ad inizio libro, io pero’ preferisco ricordare quanto Paola Bottero scrive alla fine:

““Caro lettore,

Se sei arrivato a questa pagina non è piu’ un mistero il mio amore per la punta dello stivale italiano, nonostante le sue assurde contraddizioni. “L’assurdo nasce dal confronto  fra la domanda dell’uomo e l’irragionevole silenzio del mondo” diceva Camus.

Le mie moltissime domande, le domande di tanti calabresi, non hanno risposte: troppo spesso si sono scontrate proprio con un “irragionevole silenzio”. Eppure continuo a credere, come lo credeva Einstein, che “la cosa piu’ importante è non smettere di domandare”.Ho continuato e continuero’ a fare domande, sperando che ne nascano altre, e altre ancora. Forse cosi’ svaniranno almeno alcuni dei silenzi che la Calabria vera, quella che esiste ogni giorno e amo profondamente, non vuole e non si merita.””(p.269)

Doriana Righini

(foto, dall’alto

-Paola Bottero festeggia ristampa, foto di Alessandro Russo

-Paola Bottero si gode il mare, foto di Alessandro Russo

-Roberta e Mario Congiusta, da photogallery di  iusanguinis.net

-Federica Monteleone, fonte: http://www.vittoriasacca.it/wp-content/uploads/2009/01/kika1.jpg

Capo Vaticano (VV), foto di Paola Bottero)

del romanzo ne avevo già accennato in altra occasione, ma consiglio di visitare il sito http://www.iusanguinis.net e naturalmente di leggere il libro!

4 comments

  1. Ho letto Ius Sanguinis una notte di gennaio (se ricordo bene) dell’anno scorso, tutto in una volta. Parlava di tutti noi, ma con una prospettiva nuova. E così grazie alle parole di Paola, “mi sono vista” e ho visto tutti noi per la prima volta come guardando “da fuori”, svestita del mio sguardo frusto e oramai abituato a tutto, a ritenere tutto quasi “scontato”. È stato un vero e proprio pugno nello stomaco, una sensazione terribile. Penso che – me ne rendo conto solo adesso – la decisione di diventare per quel che posso parte attiva nel lavoro per i diritti e la dignitá delle d
    onne sia nata in me da quell’urto interiore. Di questo non posso smettere di ringraziare questa meravigliosa sorella calabrese – anche se nata in Piemonte – che ci ha capito forse meglio, e più in profonditá, di quanto ci riusciamo a capire da noi stessi, noi calabresi.

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