Spaccati liminali.

Controimmagini e limen, ricevo da Donne daSud e molto volentieri condivido :

” “

“Questo è il sogno non di un linguaggio comune, ma di una potente eteroglossia infedele. E’ l’immaginazione di una femminista invasata che riesce a incutere paura nei circuiti dei supersalvatori della nuova destra. Significa costruire e distruggere allo stesso tempo macchine, identità, categorie, relazioni, storie spaziali. Anche se entrambe sono intrecciate nella danza a spirale, preferisco essere cyborg che dea“.Donna J. Haraway – Manifesto cyborg

Quindi io posso stravolgere la storia della civiltà umana, senza curarmene più di tanto. E’ questo che dici?” (Lilith n.2, Il vessillo di re morte,Sergio Bonelli Editore).

In un mondo in cui gli assetti socio-politici tendono al mantenimento di uno schema ordinato e immobile dove vengono innalzati muri e puntelli che delimitano il noto, l’esperienza e i suoi limiti, il limen è un confine all’interno del quale si riflettono e si interscambiano le contraddizioni e le dualità dell’essere, è quella dimensione in cui queste contraddizioni diventano facce dello stesso portato conoscitivo e vissuto. La liminalità è perciò quella condizione in evoluzione e movimento in cui i soggetti che la vivono la attraversano di continuo arricchendola e arricchendosi di nuovi elementi e pratiche, dove possono ricoprire un ruolo senza per questo privarsi di essere anche il suo contrario, permeando questo limbo di un’elasticità a sua volta frammentata ma ogni volta ricostituente.

Per noi dunque la faglia temporale che abitiamo, non produce solo figure della crisi, ma anche queste figure dell’attraversamento, soggetti che sono simultaneamente dentro e fuori, come loro, i soggetti delle nostre foto: la badante, la prostituta, la precaria, la principessa, colei che dirige. In questa frattura, attraverso queste immagini, vogliamo rappresentare vite comuni, ma in modalità inedita, cercando di criticare il reale, ridisegnando nuovi ordini simbolici, provando a dare significato ai conflitti del presente.
I soggetti che narriamo sono figure della crisi che abitano simultaneamente il limen. Sono narrazioni di ciò che è fuori e nello stesso tempo dentro un cortocircuito dell’appartenenza.

Sono le figure oggetto della costruzione di gerarchie imposte e immediatamente soggetti della trasformazione, per la gestione mai risolta delle contraddizioni, dei paradossi, delle tensioni e delle opposizioni. Per questo ci piaceva l’idea di farle esplodere tutte queste tensioni.

Così la narrazione della violenza sulle donne non passa attraverso le vittime, ma attraverso i carnefici, che non sono stranieri, sporchi e cattivi ma sono i “nostri“ figli, fratelli, compagni, mariti. In una società che, individuando nella donna la portatrice di valori come accoglienza, materno perdono e accettazione, la donna fatica ancora a riconoscere che la violenza che subisce è perpetrata principalmente dai suoi uomini.

Nel racconto delle mafie proponiamo un’operazione completamente inversa. Lo sguardo non va ai volti dei boss e del comando, ma si poggia sulla potenza dei nomi femminili delle vittime e dei loro familiari. Non come strumento di tacita sopportazione, ma di rivolta e di ricerca della verità. Alcune hanno pagato con la vita laddove hanno svolto un lavoro giudicato scomodo, altre vittime di agguati a cui non erano destinate, altre ancora mantengono vivo il ricordo di chi è stato loro ucciso, cercando ancora giustizia.

L’escort rivendica consapevolmente la vendita del proprio corpo, delineando un nuovo confine dell’autodeterminazione di sé soggetto produttivo e non escluso. Il diritto di una donna a offrire prestazioni sessuali a pagamento non può avere un nome diverso solo nel momento in cui il cliente è un politico o un uomo potente.
La vittima di tratta è colei che costretta a vendere il proprio corpo con la violenza, l’inganno e il ricatto, stabilisce il nuovo confine della schiavitù. Esiste un traffico di donne (africane, sud-americane, est-europee) minacciate di morte insieme alle loro famiglie e costrette a prostituirsi per pagare il debito contratto con chi aveva promesso loro l’illusione di un lavoro in un paese più ricco, e quando si rifiutano o cercano di scappare vengono picchiate e stuprate anche fino alla morte.

La badante straniera, non più solo lavoratrice, dal suo Paese approda dentro la casa occidentale. Estranea nel luogo in cui è ospite, viene fagocitata nei dispositivi di controllo del microcosmo familiare. Per lei, l’appartenenza è duplice, lavoratrice ed elemento familiare. Qui il confine è ancora più subdolo: prestare la propria professionalità presso una famiglia e la sua casa non la rende automaticamente parte di essa. Laddove elementi quali il controllo e l’oppressione familiare sono per la donna un’aberrazione ed un limite, lo sono ancor più nella situazione in cui questo legame non sussiste.

La precaria, nell’incombenza dei ruoli pre-costituiti, che sembra essere dentro i meccanismi produttivi ma in realtà ne è ancora tenuta fuori, vive senza diritti portando con sé la rivendicazione di un nuovo modello di welfare o di una distruzione di gerarchie simboliche, che nella materialità del vissuto sono già altro. Mentre le istituzioni non le garantiscono degli strumenti adeguati per affrontare le sue molteplici realtà che la vedono ora madre e lavoratrice, ora studentessa e convivente, ora in cerca di lavoro e mille altre versioni ancora, la precaria svolge quel ruolo di tuttofare che è costretta ad accettare per non rimanere tagliata fuori dal processo produttivo, costringendola ad organizzare la propria vita in maniera diversa, e sicuramente più difficile, da quella di un uomo precario.

Colei che dirige è la donna che decide del proprio corpo, autodeterminando consapevolmente la propria scelta di affrontare o meno una maternità. E’ immagine della vittoria nel tempo della sua autonomia e insieme ancora combatte per questa, contro un sistema che ancora oggi ci vuole vittime e portatrici di sofferenze fisiche e psicologiche: un’orchestra composta da obiettori di coscienza, preti, politici bigotti e associazioni anti-abortiste che lavorano per delegittimare diritti già acquisiti come la legge 194, o per proibirci di usufruire di metodi meno invasivi come la pillola Ru 486. “La direttrice di sé” è il simbolo di una scelta che a conti fatti ha sempre portato avanti da sola, anche quando non le è stato permesso di farlo con strumenti legali e condivisi, legalità che l’avrebbe resa meno vulnerabile e sicuramente più consapevole.

La bella del “C’era una volta”, ci dice che siamo in una nuova storia perché le nostre vite e i nostri corpi sono eccedenti ai modelli che ci vengono imposti. Ci muoviamo in un limen che genera altro rifiutando ruoli rigidi e discriminanti tanto per le donne quanto per gli uomini. Siamo certe che la libertà e la creatività nel comportamento dipendono dalla possibilità di inventarsi, attingendo da modelli diversi e dall’opportunità di ricombinarli in un insieme originale che rappresenti un immaginario arricchente e non sminuente. ” “

donne daSud

http://www.dasud.it/index.php?option=com_content&view=section&layout=blog&id=12&Itemid=70

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