A proposito di r-esistenza quotidiana.

Leggevo un paio di giorni fa sul Quotidiano della Tuscia (visto che per i giornali nazionli non è poi cosi’ importante) che, essendo stato accolto in Cassazione il ricorso della procura generale del Tribunale di Roma contro la messa in prova degli otto minori accusati di violenza sessuale nei confronti di Marinella, il 6 luglio ha avuto luogo l’udienza preliminare. Sempre nello stesso articolo venivano riportate le proteste, per la richiesta di messa in prova, dell’avvocato della giovanissima di Montalto di Castro: “Nessuno ha mai pensato al reinserimento di Marinella. Accanto a lei non c’è mai stata alcuna istituzione pubblica. Nessuno le ha chiesto di cosa avesse bisogno. Nessuno le ha mai proposto un lavoro, nemmeno stagionale, nonostante abbia dovuto lasciare la scuola. La legge prevede che i suoi stupratori, perché minorenni, vadano aiutati a reinserirsi in società, ma intanto la loro vittima è stata completamente abbandonata a se stessa. Non ce l’ha nemmeno fatta a essere presente in aula il giorno dell’udienza”.

Sempre “attente” le istituzioni, e le amministrazioni nei confronti delle donne…e allora tocca proprio a noi essere tenaci ed insistere. Come fanno, ormai da tanti anni, le donne del Centro antiviolenza Roberta Lanzino (Cs), l’unico presidio esistente, fino allo scorso anno, in una regione difficile.

Di seguito : Centro antiviolenza Roberta Lanzino: anatomia di un faticoso successo” , di Antonella Veltri. ( da: womenews.net). Un articolo di un paio di anni fa esemplare, che ci dà chiara la percezione di come i centri antiviolenza siano spazi costruiti grazie alla lotta, senza sosta, delle donne, e non nati per “gentile concessione”. 

“” Lo scorso 28 Giugno è stato firmato il protocollo di intesa tra Comune di Cosenza, Prefettura, Procura, Azienda Sanitaria, Azienda Ospedaliera e il Centro antiviolenza “Roberta Lanzino” per la costituzione della Rete antiviolenza locale. Antonella Veltri ripercorre la storia, e le difficoltà, incontrate per arrivare alla stesura del Protocollo.

Firmato a Cosenza il protocollo per la costituzione della Rete antiviolenza locale per le donne La città di Cosenza, grazie alla tenace presenza e all’attività ventennale delle donne del Centro antiviolenza, è stata inserita nel Progetto Arianna del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Questo riconoscimento all’Associazione “Roberta Lanzino” deriva dalla pervicace azione politica e culturale che le donne svolgono sul territorio regionale per prevenire e contrastare la violenza alle donne secondo approcci e metodologie consolidate in un’ottica di genere.

La visibilità nazionale della nostra Associazione, grazie anche all’adesione alla Rete Nazionale dei centri antiviolenza, oltrechè alla ricerca condotta sulla percezione della violenza nell’ambito del Progetto Urban – Italia nel 2003-2004, ha favorito per la città di Cosenza l’attivazione del codice di pubblica utilità 1522 per la sperimentazione di un Servizio di accoglienza telefonica nazionale (call center), che faciliterà l’emersione del fenomeno e risponderà alle domande di aiuto delle donne in difficoltà per problemi di violenza e l’avvio di una Rete nazionale antiviolenza, che coinvolga organismi pubblici e privati in un’azione comune volta alla definizione di un piano strategico che operi sia a livello nazionale che regionale. Il 28 Giugno u.s. è stato firmato il protocollo di intesa tra Comune di Cosenza, Prefettura, Procura, Azienda Sanitaria, Azienda Ospedaliera e il Centro antiviolenza “Roberta Lanzino” per la costituzione della Rete antiviolenza locale.

Il lavoro svolto per arrivare alla stesura del Protocollo, inseguendo i soggetti firmatari, prima separatamente e poi congiuntamente, è stato difficile e ha richiesto la tenacia e la volontà delle donne del Centro che hanno dimostrato ancora una volta doti straordinarie di puro impegno verso le donne della nostra regione. Nel ringraziare le dirigenti dei Servizi sociali del Comune di Cosenza che hanno offerto la loro disponibilità nel contattare gli altri attori coinvolti, non possiamo esimerci dal registrare, ove mai ce ne fosse ancora bisogno, la distanza culturale e politica delle istituzioni tutte da una piena e reale condivisione dello spirito del progetto e più in generale da azioni volte a contrastare la violenza alle donne.

A tale proposito e giusto per la cronaca della giornata del 28 giugno scorso motivi di tensione sono stati registrati per l’assenza, poi per fortuna tramutatasi in ritardo, del Capo Gabinetto del Prefetto, che, a detta dell’Assessora alle Pari Opportunità del Comune di Cosenza, non era stato possibile contattare in tempo utile. L’episodio che può essere letto come uno sfortunato caso è da interpretare come una scarsa e sensibilità delle istituzioni e una approssimazione nell’affrontare questioni che riguardano le donne, la qualità della loro vita. _ D’altra parte il percorso della nostra Associazione dal 1988, anno di costituzione del Centro antiviolenza di Cosenza, è un emblematico esempio di tribolazioni e difficoltà di relazione con gli enti territoriali. E infatti fatica prima nell’individuare il giusto interlocutore, l’adeguata interlocutrice, la sensibile amministratrice, fatica poi nel contatto alla ricerca di un “appuntamento” e fatica ancora nel presentare i nostri progetti, la nostra attività, le nostre idee, il nostro impegno a favore delle donne.

Troppe volte concentrate/i nel consolidare i propri spazi-equilibri politici-elettorali e troppe volte con leggerezza capaci di accogliere, ma solo in superficie, le nostre proposte, le nostre amministratrici/i nostri amministratori hanno fatto si che noi, donne dell’unico Centro antiviolenza della Regione Calabria, ci trovassimo a gestire la nostra attività in piena “solitudine” e soprattutto senza quattrini. E’ per questo che all’incontro con la Ministra abbiamo chiesto che i finanziamenti dei Centri antiviolenza siano disancorati dagli Enti locali.

A livello regionale, grazie alla volontà e l’impegno di alcune donne dei collettivi e dell’Università, sostenute da Simona Dalla Chiesa e a Rosa Tavella, viene approvata la Legge 19 aprile 1995, n.22 (“Progetto Donna”). E’ una buona Legge che da visibilità e sostegno al pensiero e all’azione di associazioni operanti in Calabria e che però ha avuto una vita impervia. Per noi finanziamenti a singhiozzo fino a circa due anni fa. Oggi non funziona.

Faccio parte del Coordinamento politico regionale, che è l’organismo di gestione del Progetto Donna, che non viene riunito dalla Coordinatrice per l’esame dei progetti presentati. Faccio fatica a parlare con la coordinatrice che mostra quell’ impegno e quell’interesse di chi è presa da mille cose e che perciò se rimane tempo e spazio poi si riunisce il Coordinamento. Nell’unica riunione di coordinamento ho avanzato la possibilità alla consigliera regionale di farsi promotrice di una proposta di legge regionale sulla violenza alle donne che svincolasse la nostra associazione dal Progetto Donna e rendesse possibile una stabilità di finanziamento. Ho cercato, empaticamente, di lavorare con la Coordinatrice suggerendole anche il testo di legge. Ad oggi non si sa che fine ha fatto.

A livello Provinciale, dopo l’esperienza della creazione di uno “Sportello Donna” presso l’Informagiovani dell’Amministrazione provinciale di Cosenza di ormai molti anni fa, vi è una convenzione per la Casa–rifugio che garantisce esclusivamente le spese di locazione. Oggi non sappiamo se verrà rinnovata.

A livello Comunale, dalla nascita del Centro il silenzio. Solo dopo molti anni dalla nostra costituzione siamo riuscite a stabilire un rapporto proficuo con l’amministrazione della prima sindaca donna in città – Eva Catione. Nasce così l’esperienza nel Progetto Urban, la formulazione di una Convenzione con l’amministrazione comunale di cui attendiamo (invano?) il rinnovo, nonché un progetto ambiziosissimo ovvero un impegno di rilascio di concessione in uso a titolo gratuito di un immobile nel Centro storico per la nascita di una Casa delle donne che, sulla falsa riga dell’ esperienze della Casa internazionale delle donne, metta insieme le associazioni esistenti sul territorio. Oggi, dopo la cacciata della sindaca, è tornato il silenzio.

E quindi? Noi? Noi donne, a volte, abbiamo accordato fiducia e abbiamo visto realizzare quel che chiedevamo, in virtù della qualità delle relazioni che le donne operanti in luoghi non istituzionali della politica hanno creato con persone, con donne, operanti nelle istituzioni come rappresentanti. Noi oggi siamo frutto di questo circolo virtuoso di relazioni.

Crediamo, senza temere smentite, di poter dire che la relazione tra “politica prima” e “politica seconda” è stata feconda in seguito al transitare di soggettività politiche e femminili dai luoghi non istituzionali a quelli istituzionali. In Calabria questo è avvenuto in alcuni rari momenti. Le tracce di quell’ azione politica affidabile sono tutt’ora presenti e influenti ( Per il “ Progetto Donna” noi, insieme ad altre associazioni, abbiamo redatto la legge).

Le donne delle associazioni hanno, in quel caso, potuto letteralmente “dettare legge”. Le donne delle Istituzioni sono tornate nel sociale per farsela dettare e dettarla anch’esse, in Consiglio regionale, presentandola, chiedendone l’approvazione, seguendone l’applicazione. I nostri riferimenti istituzionali, le donne a cui abbiamo accordato fiducia, sono pochissime, seppure nella nostra storia più recente queste singolarità hanno espresso una ricchezza, sulle cui tracce si continua a procedere. Oggi è arduo concepire un analogo percorso.

La difficoltà di relazione con le Istituzioni, dovuta, certo, anche alla nostra iniziale imperizia e diffidenza, trova purtroppo terreno fertile nella classe politica della nostra Regione che considera le questioni delle donne residuali rispetto ai processi di cambiamento complessivi della Società calabrese. La sordità della classe politica trova anche, forse, risposta nell’attualità delle tristemente note vicende politiche e politico-giudiziarie che affliggono la nostra Regione.

Occorre una progettualità comune e un rapporto di affidamento che ci faccia uscire tutte, che ci faccia uscire tutti, da logiche partitiche di consolidamento e/o di scompiglio di antecedenti equilibri nei corpi dei poteri pubblici. Per noi donne calabresi operanti nell’unico centro antiviolenza della Regione, la vita e le prospettive sono durissime, perché durissimo e a volte impraticabile risulta il sostituire il rapporto con il potere con relazioni di fiducia. La Calabria di oggi è il luogo dello “squarcio” dove tutte noi e tutti noi siamo esposti al pubblico dileggio.

Le ferite interne ed esterne che ci abitano, e dentro le quali viviamo, non legittimano la secolare virile ostentazione di disprezzo per gli imbelli che ci viene sbandierata in faccia da più parti. C’è un costante rischio di smantellamento delle lungimiranti e preziose esperienze politiche e culturali che le associazioni di donne presenti sul territorio hanno saputo produrre. Pertanto puntare sul consolidamento di queste pratiche è doveroso.””

Lo scorso anno la Regione Calabria ha assegnato, ad otto enti, 250.000 euro di contributi finalizzati alla promozione ed al sostegno dei “Centri Antiviolenza” previsti dalla Legge Regione 21 agosto 2007, n. 20, con funzioni di prima accoglienza in favore delle donne vittime di violenza.

Il progetto ha previsto la creazione di numeri verdi gratuiti attivi 24 ore su 24, consulenza garantita per almeno tre giorni a settimana per quattro ore e la copertura di eventuali emergenze, colloqui preliminari per individuare i bisogni e fornire le prime informazioni utili, l’elaborazione di percorsi individuali per uscire dalla violenza, colloqui informativi di carattere legale e orientativi forniti da psicologi.

Il progetto è della durata di 12 mesi, dal novembre 2009 al novembre 2010……e poi?

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