“Buone” notizie dal mondo del lavoro!

E’ stato pubblicato il secondo Rapporto Occupazione Regione Calabria, a cura dell’Osservatorio Regionale del Mercato del Lavoro, che analizza i dati del lavoro nell’anno 2009 (http://www.aziendacalabrialavoro.it/sites/default/files/rapportooccupazione09.pdf ).  

Nelle 27 pagine prodotte da Azienda Calabria Lavoro, a cura di Daniela De Blasio, ci imbattiamo in grafici e numeri, il piu’ importante è questo: nel 2009 In Calabria si sono persi 23.367 posti di lavoro.

Il saldo, diviso per genere, risulta -12.390 per le donne e -10.977 per gli uomini.

Le donne perdono 13.922 lavori a tempo determinato ma hanno un saldo attivo di 1.532 posti a tempo indeterminato. Per gli uomini si registra un saldo negativo per entrambe le tipologie contrattuali.

Le donne perdono nel 2009 il 53% dei posti di lavoro. Eppure chi scrive questo documento ci tiene a sottolineare che sono proprio gli uomini a pagare il prezzo piu’ alto della recessione : “E’ questo un dato molto preoccupante, poiché se finora poteva essere “normale” parlare di disoccupazione femminile, soprattutto al Sud, ciò non vale per il maschio adulto, padre di famiglia, che è sempre stata la figura maggiormente protetta, anche dai sindacati, proprio perché gli è assegnato il compito di sostenere economicamente la famiglia “.

Ora, mi chiedo: si possono definire, seppure con le virgolette, “normali” i dati sulla disoccupazione femminile, che sono a dir poco allarmanti? Nel 2008 la quota di donne occupate tra i 15 e i 64 anni (30,8%), in Calabria, risultava inferiore per oltre la metà a quella dell’Emilia Romagna (62,1%), e dubito che il 2009 registri grandi cambiamenti. Sarebbe interessante anche analizzare i dati relativi alle tipologie lavorative.

Vogliamo poi parlare dell’uso dei termini? “il maschio adulto, padre di famiglia”…..

Il documento conferma infine, ove mai ce ne fosse bisogno, che la figura maggiormente protetta, il “motore dell’economia”, è da sempre considerato l’uomo, .

Ma cosa accadrebbe se invece si iniziasse a vedere nella donna un importante fattore di crescita economica? Ce lo spiega Bianca Rende in un suo articolo apparso sul Quotidiano il 30 aprile 2010:

“ ”Quando sul Corriere della sera, nel 1999, una analista di Goldman Sachs coniava il termine Womenomics, non immaginava, forse, di inaugurare una nuova teoria economica, che avrebbe generato, negli anni, la curiosità attenta di analisti e commentatori economici e una ormai ampia letteratura specialistica, (su tutti, ‘Fattore D. perché il lavoro delle donne farà crescere l’Italia” di Ferrera, 2008, il bestseller mondiale ‘Womenomics’ di Shipman e Kay del 2009 o, ancora, ‘Rivoluzione Womenomics. Perché le donne sono il motore dell’economia’ di Wittenberg-Cox e Maitland, 2010).

Il neologismo “donna + economia” esprime l’idea in sé rivoluzionaria, tanto più in tempi di crisi, della stretta connessione tra lavoro femminile e crescita economica. Il lavoro delle donne come motore dello sviluppo.

Se il tasso di occupazione femminile, oggi al 46% circa, raggiungesse quello maschile, pari a quasi il 70%, scrive Ferrera, si stima che il PIL aumenterebbe del 20%. Ciò anche per il valore ‘moltiplicativo’ del lavoro delle donne, che è come lievito, fa crescere la torta, alimentando il mercato dei servizi alla famiglia, oggi anestetizzato dal ripiego forzoso di un esercito di casalinghe inoccupate. Per 100 donne che entrassero nel mercato del lavoro, si calcola si creerebbero fino a 15 posti aggiuntivi nel settore dei servizi.

Il tema è rilanciato, proprio in questi giorni, dall’ultimo lavoro di Gianfranco Viesti, economista sempre attento alle dinamiche di politica economica e provvido di suggerimenti per lo studioso e il politico contemporaneo, come in “Più Lavoro, più talenti”, Donzelli, 2010, dove il lavoro da creare è soprattutto quello femminile e l’ambito da incentivare è quello dei nuovi mestieri e delle nuove imprese nei settori ad alto contenuto di innovazione e creatività.

‘Occupazione’, ‘giovani’ e ‘donne’, ‘Sud’, sono le parole di cui Viesti suggerisce alla politica di riappropriarsi, come target di altrettante politiche pubbliche da proporre, su cui lavorare, in contrapposizione alla vaghezza di un Governo che pensa di schivare la crisi distogliendo l’attenzione generale con gli annunci.

Investire sul lavoro delle donne non corrisponde, in quest’ottica, ad una politica assistenziale o meramente compensativa di svantaggi di genere, ma costituisce una vera e propria leva economica da azionare per la ripresa e la crescita generale. Più donne che lavorano significa redditi familiari più alti, più consumi (con effetti sulla domanda interna), maggiore esternalizzazione dei servizi di cura e ristorazione. Più benzina, insomma, nel motore di una macchina, l’Italia, che arranca.

Molte sono anche le ragioni, diverse da quelle strettamente economiche, per cui puntare sulle donne ‘conviene’: ad un aumento di sicurezza materiale corrispondono, afferma la letteratura citata, maggiori livelli di benessere, autonomia, sicurezza sociale, stabilità familiare, connettività relazionale, in sintesi, maggiore coesione sociale.

Più occupazione è ciò che occorre, senz’altro, al Mezzogiorno, area in cui i tassi di partecipazione femminile restano inchiodati al 31%. Ma – e qui Viesti conferma uno dei tratti caratteristici del suo meridionalismo – un intervento di sostegno lungi dal costituire una politica solo territoriale, rappresenterebbe l’applicazione maggiore, più intensa, di una politica generale di cui, se sono veri i dati del fenomeno nel centro nord, al netto dell’occupazione precaria e di forzoso part-time, l’intero Paese ha bisogno insieme con la produttività.

La maggiore occupazione necessita, d’altro canto, come le imprese e qualunque altro genere di investimento, di contesti fertili che nel caso dell’occupazione femminile si traducono in un mix di azioni locali e di politica nazionale. Sul piano locale (la dimensione territoriale, si badi, lascia impregiudicata la competenza che spesso è concorrente) maggiori, e migliori, servizi collettivi.

La Regione Calabria ha già fatto tanto, utilizzando i fondi strutturali, in questi ultimi anni per aumentare la dotazione di asili nido comunali, ed i lusinghieri risultati raggiunti in termini di obiettivi di servizio lo dimostrano. Ma non basta, occorre continuare – come emerso nel convegno-dibattito sul tema promosso nel mese di marzo dall’associazione360 a Cosenza – ad investire su questo fronte, come sulle politiche più generali di incentivazione, moltiplicando le strutture specie nei luoghi di lavoro, tanto privati quanto pubblici (l’asilo nido dell’Unical, per esempio, costituisce in Italia e non solo in Calabria, un esperimento di successo, di iniziativa privata supportata da attente politiche pubbliche, al quale guardare con interesse).

Su piano, invece, della legislazione nazionale ed anche guardando alle ben più avanzate esperienze europee – che rifuggono, dal paradosso, tutto italiano, del “familismo ambiguo” di cui parla Chiara Saraceno riferendosi a un welfare state che non sorregge il nucleo fondamentale su cui fonda la sua organizzazione sociale – dovrebbe essere predisposto un sistema organico di misure incentivanti: voucher di conciliazione, retribuzione integrale dei congedi parentali entro una determinata soglia meno penalizzante dell’attuale, forme di detassazione del lavoro ordinario e straordinario, maggiore ricorso a forme temporanee e volontarie di part-time, job sharing, ovviamente con le stesse tutele degli altri tipi di lavoro ed anzi, auspicabilmente, insieme con l’introduzione del contratto unico di lavoro (Boeri e Garibaldi, 2009).

Si prospetta per il Paese un periodo di tre anni di rara pausa dalle consultazioni elettorali. E’ questo il momento di perseguire programmaticamente ed avviare a realizzazione le grandi riforme di cui ha bisogno per tornare a crescere e contare nell’economia globale. Il tema della maggiore occupazione, specie delle donne e specie al Sud, è da questo punto di vista, un tema ineludibile sul quale speriamo le sue componenti istituzionali e politiche vogliano cimentarsi con responsabilità e lungimiranza. “ “

E se la crisi occupazionale è tutta colpa della recessione economica partita dagli U.S.A., si legge nel documento di Azienda Calabria Lavoro, il “rimedio” non è per nulla confortante. C’è un’interessantissimo dossier sul sito ingenere.it , “Italia 2020”, il Piano Carfagna-Sacconi. Esplicativo il titolo di un articolo di D.Gottardi: “Chiacchiere 2020. Dal governo un documento senza progetto”. Insomma, va tutto bene!

6 comments

  1. […] Se la libertà delle donne passa necessariamente attraverso lo sradicamento della violenza di genere, è anche vero che l’accesso delle donne alla vita produttiva ne è strumento e presupposto di vita indispensabile. E a Catanzaro, si sa, siamo messe proprio bene…..”buone” notizie dal mondo del lavoro […]

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...