Una stanza per sei. Ovvero: a proposito di istinti ancestrali o indotti, “Italia 2020”e pensione a 65 anni.

Avete presente “cuccette per signora” di Anita Nair? Sei donne si ritrovano a percorrere un lungo tragitto assieme, nello stesso scompartimento di un treno , un notturno tutto indiano. Inevitabile per loro il raccontarsi, entrare nei momenti piu’ privati delle loro vite.

Vite apparentemente ordinarie ma che proprio attraverso la resistenza quotidiana delle donne, la quasi incessante ricerca della felicità o quantomeno il domandarsi cosa sia, in fondo, la felicità, ci mostrano la propria dimensione epica.

Qualcosa di vagamente simile l’ho vissuto in questi giorni. La location pero’ non è una cuccetta per signore, ma una stanza sei posti letto di un reparto di ginecologia-ostetricia; non si svolge in India ma in Calabria (e qui ci sarebbe da discuterne, circa la differenza); e la felicità per chi si trova in un qualunque letto d’ospedale ha qualcosa di molto poco romantico e si traduce facilmente in un’unica parola o comunque segue un flusso di pensieri unidirezionale, che ha a che fare con la salute, o molto piu’ semplicemente con il fatto stesso di rimanere in vita.

Il reparto di ginecologia –ostetricia dell’ospedale Pugliese di Catanzaro, come dice il nome, ospita sia donne gestanti che donne con patologie non legate alla fase della gestazione. Tutte assieme nello stesso reparto. Per fortuna si ha il buon gusto di “riservare”, modello lazzaretto, un paio di stanze in fondo al corridoio, alle donne con patologie, giusto per evitare che ad esempio giovani alle quali viene asportato l’utero, oppure donne che hanno appena abortito e che quindi attraversano un momento di fragilità emotiva e psicologica, se non di devastazione, debbano partecipare alle sceneggiate dei parenti chiassosi che si riversano in massa per festeggiare giustamente la nascita della prole, fermo restando che nei momenti di maggiore affluenza, si occupano i letti come capita.

A parte le disfunzioni del Pugliese di Catanzaro, ospedale “al servizio del cittadino” come sostiene un cartello nel quale mi sono imbattuta per essermi persa nei meandri dei corridoi, ed il costante cattivo umore e lo sgarbo della quasi totalità del personale; una delle cose che ho notato subito, nella stanza-lazzaretto a sei posti letto, è stata la frequenza delle presenze maschili durante l’orario di visita. Padri, mariti, fidanzati, fratelli, cognati, tutti premurosi, ma solo per mezz’ora. Poi chissà perché scomparivano frettolosamente.

In questo scorcio di vita “vera”, che ha molto poco di romantico ed è fatto di momenti di dolore, compassione, condivisione ma anche di qualche sana risata, ad occupare i posti nella stanza ci sono:

– Ragazza di 23 anni, brillante e dolcissima studentessa universitaria. La mamma fa anche le notti, torna a casa solamente per preparare i pasti a chi è rimasto a casa. In tre giorni il fidanzato innamorato passa solamente una volta per mezz’ora, non di piu’.
– Casalinga di 38 anni, con figlia adolescente a casa. Il marito le è stato vicino per due ore in tre giorni, il giorno dell’operazione. Quando lo informa per telefono che puo’ uscire il giorno seguente, lui la informa che lei dovrà prendere un autobus per tornare a casa perché deve lavorare.
– Casalinga con due bimbe a casa. Terrorizzata all’idea di avere una minaccia d’aborto e di non riuscire ad arrivare in tempo in ospedale, visto che il marito ha deciso che si vive meglio in campagna, molla le figlie alla vicina e scappa al Pugliese per “riposare”. Anche Il giorno del suo quarantesimo compleanno è sola.
– Giovane infermiera, la mamma prende il treno da Catania per assisterla, la cognata da il cambio alla mamma, il marito e il cognato passano in tre giorni un paio di volte, brevemente.
– Giovane donna con aborto spontaneo. In lacrime per tutto il tempo. Il primo giorno circondata da uno stuolo di parenti durante l’orario di visite, poi completamente sola fino alla dimissione.
Io mi trovavo per fare assistenza ed ero tacitamente autorizzata a stare anche oltre il limite di orario stabilito e anche qui si potrebbe aprire una parentesi, perché questa non è una concessione fatta dal primario per generosità e comprensione, quanto per necessità: una persona che ha subito un intervento ha bisogno di attenzioni costanti, che l’esiguo personale dell’ospedale non puo’ di certo offrire, quindi chi supplisce alle carenze di un ospedale “al servizio del cittadinO”?

A piu’ di un uomo ho sentito dire qualcosa del tipo: “non so fare assistenza ai familiari”. Come se servisse una particolare abilità nel chiedere “ vuoi un poco di acqua? Ti sposto il cuscino? Cambiamo la traversa? Ma lo sai che ha chiamato zio Peppe?”

Tutto questo lungo discorso non vuole essere niente altro se non uno spunto di riflessione. Di cosa si tratta, dunque? Forse è semplicemente che noi donne non ci sottraiamo? O forse semplicemente gli uomini sanno che noi donne anziché sottrarci ci moltiplichiamo? ma l’istinto ancestrale come spiegazione non mi convince per niente e non mi basta. Direi piuttosto di andare a cercare la spiegazione in altre direzioni, e guardando avanti , in prospettiva, mi tranquillizzo sempre meno. Penso al famoso “Italia 2020”, programma di azioni per l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro a cura di Carfagna-Sacconi: “ la grande novità del programma che prefigura gli interventi da qui al 2020 consiste nel patto tra mamme delle due generazioni di aiutarsi, chiedendo alla nonna di occuparsi dei nipoti per consentire alla loro mamma di lavorare per il mercato. E nulla si dice – se non l’ambiguo riferimento ai bisogni e alle paure – delle esigenze di cura dei familiari più anziani, ma forse sono a compensazione dell’aiuto prestato.”(D. Gottardi)
(http://www.pariopportunita.gov.it/images/stories/documenti_vari/UserFiles/PrimoPiano/piano_italia_2020.pdf)

Penso alla pesante ingiustizia, l’ennesima, che ci accolleranno, quella del pensionamento a 65 anni, giusto per cercare di riequilibrare la durata media della vita di donne e uomini.

2 comments

  1. La scusa del “non lo so fare” l’ho sentita spesso pronunciare dagli uomini. E’ pericolosamente in bilico fra la loro paura del coinvolgimento emotivo (e pratico) in situazioni pesanti e la lusinga nei confronti del mondo femminile, più forte e più attrezzato in queste situazioni. E le donne ci cadono: a volte perché sembra che costi più fatica e frustrazione chiedere presenza a questi bambini vecchi, piuttosto che accollarsi l’ennesimo peso; a volte perché la lusinga funziona, e ci si illude di avere potere e controllo nei confronti di chi si pone come se fosse adulto solo a metà.
    Diventa eccessivo, però, quando la propria vita è schiacciata dalla presenza degli altri; quando invece che un compagno, accanto, ci si trova una zavorra.
    Da bimba fortunata, cresciuta da un padre accudente che si è preso anche cura degli anziani genitori allettati, compresi cambi di pannolone, senza pesare sulla moglie né sulle figlie so che non è inevitabile che il mondo maschile si sottragga alla cura dell’altro.
    E’ una questione culturale. Mio padre è veneziano, terzo figlio maschio di una madre che si era stancata di fare tutto da sola. Io e mia sorella siamo cresciute con l’idea che l’unico modo di affrontare i pesi della vita sia dividerli, e che le questioni di genere siano irrilevanti in proposito. Non è una convinzione “di testa”, ma è radicata in fondo allo stomaco.
    Il confronto con la situazione esterna al nucleo familiare non è stato ovviamente sempre semplice. Ma per me è più facile mettere i confini fra quello che posso accettare e quello che non posso. E’ certo doloroso, comporta a volte litigi, molte separazioni e rinunce, ma dà anche la possibilità a quegli uomini che non hanno soppresso totalmente questa come altre facoltà reputate a torto “femminili” di esplorarle ed esercitarle.

  2. Grazie Manuela, per la tua testimonianza….un’amica, in altra sede mi scriveva, dopo aver letto questa pagina:

    “Tutte le storie che racconti sembrano uscite da questo modello educativo:
    -Gli uomini… il dolore e la solidarietà! Li proteggiamo, li coccoliamo e li abituiamo al fatto che siamo delle rocce e che nulla ci può piegare. Facciamo i salti mortali per non fargli mancare nulla, pur lavorando e accudendo alla prole e qualche volta anche ai loro genitori. Siamo sempre pronte ad un sorriso anche se non ci va affatto, siamo pronte a giustificarli anche se non ne siamo convinte. Senza avere nulla in cambio perchè noi non vogliamo nulla in cambio, ce lo hanno insegnato le nostre mamme e noi lo insegnamo ai nostri figli maschi.”

    ed io penso che sia proprio cosi’….

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